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Venezia 73.: On the Milky Road, Emir Kusturiza: “Ecco il mio Jules and Jim”

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Sono passati trentacinque lunghissimi anni dalla volta in cui a Venezia vinse un Leone d’Oro per la migliore opera prima con Ti ricordi di Dolly Bell?, ne sono trascorsi altri otto dall’ultimo suo lavoro, Maradona. Nel mezzo ci sono i film simbolo della carriera di un’artista eclettico e controverso: da Gatto nero, gatto bianco a Underground, Arizona Dream o Il tempo dei gitani.
Oggi Emir Kusturica torna al Lido che lo aveva incoronato vincitore nel 1981 e non si accontenta di farlo solo da regista: in On the Milky Road, che arriva dopo tre anni di duro lavoro – “Non vedo perché se Jonathan Franzen  ha impiegato nove anni per scrivere Freedom io non possa trascorrerne tre per fare un film”, dice – si ritaglia anche il ruolo da protagonista, un lattaio conteso da Monica Bellucci e Sloboda Mićalović.
All’origine del film, presentato oggi come ultimo titolo del concorso veneziano, un cortometraggio scritto da Kusturica e sua figlia: “Parlava d’amore e ricostruiva la vita di un monaco che vive da solo, ma non spiegava perché ogni giorno portasse delle pietre sulla cima di una collina – racconta –. Quando ho iniziato a immaginare la storia che avrei potuto trarre da quel corto mi sono reso conto di quanto fosse difficile; è stato il momento più incredibile della mia vita, perché per costruire il film sarei dovuto andare a ritroso partendo dalla fine”.

Così è arrivato a concepire la storia di un uomo che ogni giorno in compagnia di un falco appollaiato sulla spalla, trasporta latte in sella a un asino per portarlo ai soldati. Sono gli ultimi colpi di coda della guerra nella Ex-Iugoslavia e tutto lascia pensare ad un futuro di pace, ma i traumi subiti, quelli rimangono sempre, insieme ai nuovi turbamenti provocati dall’arrivo di una misteriosa donna italiana, che lo trascinerà in una fuga rocambolesca tra realtà e visioni surreali.
Lui lo definisce “una versione di  Jules e Jim” in cui la protagonista femminile non poteva che essere lei: “Perché ho scelto un’italiana? Perché volevo Monica e lei è italiana”, spiega.
Nel film Kusturica riesce a farla piangere, sorridere, parlare in serbo e addirittura cantare tirandone fuori una delle interpretazioni più credibili:  “Con Monica ho voluto concentrarmi sul lato più emozionale e dimostrare che poteva piangere e far vedere apertamente le emozioni; – precisa il regista – è una cosa che non fa spesso nei suoi film e visto che è italiana ha iniziato a farlo anche cantando, producendo così un suono di grande sensualità”.
Materna, dolce, bellissima la Monica di Kusturica a discapito di quanto il suo personaggio asserisce in una delle scene del film: “La bellezza genera infelicità”. “È un’arma a doppio taglio e bisogna saperla gestire perché produce curiosità, ma anche violenza; tuttavia credo che sia un regalo e non una maledizione, anche perché, come dico sempre, basta aspettare un po’ e passa!”, commenta la Bellucci facendo spallucce.

Per lei è stata una sfida ardua, difficile che ha deciso di affrontare “da un punto di vista artistico e umano, ma non politico”; il copione del film è stato solo una base, poi si è improvvisato molto sotto la guida  di un regista come Emir per il quale fare cinema vuol dire soprattutto dirigere gli attori come un direttore d’orchestra.
On the milky road parla d’amore, ma soprattutto di guerra e dei traumi che derivano dalla fine di un conflitto: “In molti dei destini delle persone che ho incontrato il momento più difficile è cominciato proprio con la conclusione della guerra – rivela Kusturica spiegando la genesi del film – Volevo raccontarla e far sentire le esplosioni, mostrare le uccisioni, ma sempre sullo sfondo di qualcosa di molto più importante: le sofferenze dell’uomo”.
Menzione speciale meritano anche gli altri compagni di viaggio del protagonista: un serpente che gli salverà la vita, il fedele falco pellegrino e un orso. Lavorare con gli animali? “È come con gli amici, solo che gli serve più cibo. Hanno una funzione drammatica e portano al film quell’istintività che abbiamo anche noi umani; non è la prima volta che lavoro con loro, lo avevo fatto anche quando venni a Venezia per la prima volta. – spiega – L’orso l’ho conosciuto che era molto piccolo, ho giocato con lui per anni e man mano che cresceva mi abituavo a dargli un’arancia proprio come succede nel film. Anche il falco è fondamentale, senza di lui il film non sarebbe stato lo stesso”.

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Elisabetta Bartucca

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