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Venezia 73: Piuma o della leggerezza

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Terzo film del regista pisano Roan Johnson che restituisce al Lido un po’ di leggerezza. Ancora una commedia che racconta le infinite sfumature della vita, questa volta attraverso una maternità inaspettata.

3stelle

 

 

“Anche una piccola paperella può vivere una grande vita. Nonostante lì fuori ci sia un gran casino, nonostante a volte sia necessario andare controcorrente e nuotare, nuotare sempre. Perché quando l’acqua sale la barca fa altrettanto….”. Ci proveranno Cate (Blu Yoshimi) e Ferro (Luigi Fedele) a tenersi a galla in questo mondo che va in qualsiasi direzione, scombinato e, a volte patetico, e saranno i nove mesi più burrascosi delle loro vite, perché la piccola Piuma arriverà a breve e non è certo facile accettare di diventare genitori quando l’unica preoccupazione nell’estate di due diciottenni dovrebbe essere quella di organizzare il viaggio dopo la maturità. A non essere pronti non saranno solo Ferro e Cate, ma anche le loro due famiglie confuse, bizzarre e straordinariamente umane.

Così dopo I primi della lista e Fin qui tutto beneRoan Johnson arriva alla sua terza opera, Piuma, e forse pagherà lo scotto di essere stato presentato in concorso alla 73esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, dove qualcuno non ha gradito la sua presenza in gara accogliendolo con fischi e contestazioni. Ma il nostro compito è quello di giudicare film a prescindere dalla loro collocazione in un festival, che certo non è esente da responsabilità e incoerenze nella scelta di destinare un titolo in una sezione piuttosto che in un’altra.
Con Piuma il regista pisano torna alla cifra stilistica che gli appartiene: la leggerezza e il disincanto, forse questa volta sacrificando un po’ di quella grazia a favore di una veste più pop e con qualche svista in fase di scrittura che però non compromette in maniera ineluttabile, come i detrattori vorrebbero, il livello complessivo del film.
Rimangono l’amarezza per essere nati in un periodo di “crisi epocale” dove i maggiori responsabili sono i nostri genitori che “nati nel boom economico, hanno fatto debiti e ora ce li vogliono accollare”; restano  anche le risate e la dolcezza infinita di alcuni dialoghi, rimane la Roma ‘subacquea’, quella sopra la quale nuotano Cate e Ferro: spaventati, giovanissimi e incoscienti fino alla fine.

Ma probabilmente è della loro incoscienza e levità che siamo rimasti orfani oggi: “La grande tradizione della commedia italiana ci ha insegnato a essere autoironici e credo sia un bell’antidoto per i tempi che corriamo: siamo molto bravi a prendere in giro gli altri e poco noi stessi”, fa notare il regista che, per trovare due attori che avessero la stessa età dei protagonisti, ci ha impiegato 1200 provini. “È  stato il casting più difficile della mia vita, – racconta – ho anche pensato di arrendermi, cambiare qualcosa in sceneggiatura e scegliere dei ventiquattrenni, ma alla fine grazie alla perseveranza di Carlo Degli Esposti ci siamo rimessi a lavoro e abbiamo trovato ciò che volevamo”. E cioè Lugi Fedele e Blu Yoshimi, entrambi molto giovani e con qualche set importante alle spalle: Arianna di Carlo Lavagna per lei e La pecora nera di Ascanio Celestini per lui.
Insieme dettano il tono dell’intero film, quella delicata malinconia di fondo che non viene meno neanche durante i siparietti più caciaroni e tragicomici. Piuma non ha la presunzione di dare risposte o emettere giudizi morali, e cosa succederà a Cate e Ferro non possiamo saperlo: potrebbero lasciarsi oppure no, potrebbero stare insieme per sempre o dover invece decidere con chi dei due Piuma passerà il prossimo Natale. È la vita imprevedibile e confusa dei giorni nostri e per starci dentro l’unica cosa da fare è “stare con il cuore dalla parte giusta”.

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Elisabetta Bartucca

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