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Venezia 73: la poltrona vuota dell’iraniano Keywan Karimi

KeiwanKarimi

 

Di fronte alla paura dell’imminente reclusione, avevo due desideri: che mia madre fosse sopravvissuta agli artigli del cancro e che io fossi capace di realizzare il mio primo lungometraggio. Oggi i miei due desideri sono stati esauditi: mia madre è guarita e Drum avrà la sua anteprima mondiale a Venezia“.
Così, in una lettera letta prima della proiezione del suo primo lungometraggio, il regista iraniano Keywan Karimi ringrazia il pubblico della 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Tra le tante poltrone occupate da registi, attori e produttori, quest’anno ce n’è una vuota, diventata un po’ il simbolo di questa edizione della kermesse. Keywan Karimi, iraniano d’origini curde e regista di Drum, proiettato all’interno della sezione Settimana Internazionale della Critica, è, infatti, impossibilitato a lasciare il suo Paese: condannato a sei anni di carcere (poi “ridotti” ad uno dopo il processo d’appello) e a 223 frustate per aver offeso governo e religione con il documentario Writing on the City (in cui raccontava i graffiti della città di Teheran dalla Rivoluzione Islamica fino alla rielezione di Ahmadinejad), Karimi vive in un limbo, in attesa che la condanna diventi effettiva.
Dopo molti cortometraggi, tra cui The Adventure of a Married Couple, ispirato ad un racconto di Italo Calvino, e vari documentari, Karimi mostra a Venezia Drum, il suo primo lungometraggio che racconta la storia di un avvocato, che vive e lavora da solo in uno squallido appartamento. Un giorno uno sconosciuto gli consegna un misterioso pacchetto e da quel momento la sua vita subirà un brusco cambiamento: qualcuno di molto potente vuole quel pacchetto e sarà capace di tutto pur di far cedere l’uomo. Quando la sua fidanzata viene pugnalata a morte, la sete di vendetta dell’avvocato diventa più forte di ogni altra cosa.

Come ha affermato Alberto Anile, membro del comitato di selezione della Settimana Internazionale della Critica, “Drum non somiglia a nulla di già visto nel cinema iraniano” e risulta essere “un atto di accusa ad un regime mostruoso. Ma il mirino del regista sembra puntare ancora più in alto“.
Nella sua lettera, Karimi ringrazia le professionalità che stanno dietro la realizzazione di questo suo film: “Nelle condizioni in cui mi trovavo e ancora mi trovo, con il rischio di essere imprigionato da un momento all’altro, chi si sarebbe azzardato a scommettere su di me come regista?“. E ancora: “Senza il team dietro Drum, questo film non avrebbe mai visto la luce. Lo sforzo e la perseveranza di questo gruppo, che conosceva la situazione del regista, mi ha dato l’energia necessaria“.

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La redazione

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