LOGO
,,

Venezia 73 – Frantz: Se Ozon incontra Haneke

Frantzrecensione

 

 

Il regista francese incanta per grazia e poesia con un melò d’altri tempi, che non rinuncia però allo sguardo spietato sul reale. Il film arriverà in sala il prossimo 22 setttembre.

3stelleemezzo

 

 

 

Quando Francois Ozon prende in mano una storia non la mette semplicemente in scena, la corteggia, se ne innamora e alla fine ne regala al pubblico sussulti, tremolii, echi.
Sono storie del quotidiano anche quando si tratta di un melò d’altri tempi come nel caso di Frantz, film presentato in concorso al Festival di Venezia e tratto da una piece teatrale di Maurice Rostand, ambientata subito dopo la Prima Guerra Mondiale.
Era già stata portata al cinema da Ernst Lubitsch nel 1931 con il titolo Broken Lullaby, ma il regista francese va oltre l’adattamento fedele e ne tira fuori un affresco in bianco e nero interrotto, solo qua e là, da improvvise incursioni del colore, diviso in due parti speculari e recitato in francese e tedesco.

Una quinta teatrale davanti alla quale si agitano sensi di colpa, menzogne e malinconie dal sapore retrò e dove tutto comincia in una cittadina tedesca, all’indomani della Grande Guerra che ha spazzato via un’intera generazione di giovani e inconsapevoli. Tra loro c’era anche Frantz: di lui non rimane che una lapide su cui tutti i giorni Anna porta il suo dolore fino all’incontro con Adrien, un ragazzo francese che si rivelerà amico dell’amato Frantz. Dirà di averlo conosciuto a Parigi, racconterà delle serate passate insieme nei caffè, al Louvre o a suonare il violino. E verrà accolto dalla sua famiglia per la quale i racconti trasognati di Adrien rappresenteranno l’unica consolazione al dolore della perdita, fino a incoraggiare una possibile relazione con la giovane vedova. Ma le ragioni che hanno spinto un indefesso ragazzetto francese in un villaggio tedesco, ostile e umiliato dalla guerra, sono ben diverse da quelle dichiarate e solo Anna è destinata a conoscerle.

Frantz racconta la menzogna, ma anche l’educazione sentimentale di un’eroina moderna, l’emancipazione di una donna che dimostra coraggio, perseveranza e grazia nell’inseguire tutto ciò che fa paura e destabilizza. E forse la sua più grande forza è l’interpretazione dell’appena ventunenne Paula Beer capace di misurare ogni gesto: Anna non ha bisogno di urlare il suo dolore o sospirare i suoi patimenti d’animo, basta indugiare su quel volto giovane, deciso, impavido. A cui non ci si può sottrarre. Non potrà farlo neanche Adrien che qui ha le movenze di Pierre Niney, il giovanissimo interprete di Yves Saint Laurent, capace, con la compostezza che gli è propria, di restituirne ambiguità e sfumature altrimenti impercettibili.

Anna e Adrien sono due eroi romantici fagocitati da un’ Europa in bianco e nero, una polveriera dove un tempo “i bambini francesi imparavano il tedesco e i bambini tedeschi imparavano il francese” e che poi, a pensarci bene, non è neanche così lontana dalla nostra: sbiadita, divisa dalle tensioni sociali, lacerata dai nazionalismi nascenti e fomentata da paure incontrollate.
Un ponte verso quella zona d’ombra di corsi e ricorsi storici che travalica i secoli e investe l’umanità, dentro c’è tutto il gusto dei vecchi melò di Elia Kazan e la lucidità spietata di un nostro contemporaneo come Michael Haneke.

About the author
Elisabetta Bartucca

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top