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Venezia 73 – Amy Adams e Jeremy Renner ‘ai confini della realtà’

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Lei è una linguista che avrà il compito di traghettare il mondo verso un’era senza confini e di accompagnare l’umanità al primo incontro ravvicinato con gli alieni; lui un fisico che si occuperà di affiancarla attraverso calcoli matematici, codici binari e linguaggi di programmazione. Sono Louise e Ian, protagonisti di Arrival, il thriller con cui Denis Villeneuve riporta la fantascienza al Lido; un film intimista e ipnotico, politico e umano, sulla lingua come collante e strumento di comunicazione, sul tempo e la sua ciclicità, sulla memoria “una strana cosa” fatta di visioni, ricordi, frammenti che arrivano da un qualsiasi spazio della mente. Un monito all’apertura, al dialogo, al lasciarsi andare all’altro, anche quando si tratta di un informe, pauroso e gigantesco alieno.
A interpretarli sono Amy Adams e Jeremy Renner: lei quattro volte nominata agli Oscar, eclettica, genuina, camaleontica, la nuova Lois Lane della DC, nata per un caso fortuito della vita ad Aviano, Vicenza, dove il padre era di stanza come militare della United States Army; lui è l’Occhio di falco dell’universo Marvel, misconosciuto fino a The Hurt Locker che ne ha rivelato talento e bravura portandolo alla sua prima candidatura agli Oscar.

La vita e la morte sono estremamente connesse come viene detto nel film. Amy, da madre oggi ha una consapevolezza maggiore su questo argomento rispetto a prima?
Amy Adams: Ciascuno di noi sa di essere temporaneo e passeggero, credo che ne siamo tutti consapevoli. Penso faccia parte del lavoro di genitore esserlo; per i primi due anni il mio compito primario è stato quello di mantenere in vita mia figlia e proteggerla, ed è diventato la fonte principale delle mia insonnia! Sappiamo però che non staremo sempre insieme e quindi è importante attribuire valore a qualsiasi momento abbiamo a disposizione sfruttandolo al meglio.

Arrival sembra suggerire una diversa capacità dell’uomo e della donna di reagire a eventi terribili…
A.A.: Per capire la differenza basterebbe vedere in che modo mia figlia di due anni gestisce un raffreddore rispetto al padre!

Jeremy Renner: Da uomo cresciuto in mezzo a tante donne posso dire che è assolutamente vero: c’è un modo completamente differente di affrontare il dolore sia fisico che emotivo. Le donne hanno una capacità diversa nell’afferrare l’intelligenza emotiva, e lo vedi anche nei bambini.

È un film politico ma anche umano sull’incomunicabilità tra i leader del nostro tempo.
A. A.: Non credo sia un problema nuovo. Ci ricorda che forse dal passato non abbiamo imparato nulla e questo è molto frustrante.

J. R.: Credo che ciò che ci divide sia spesso anche ciò che ci unisce e ci rimette insieme; tutto quello che condividiamo sono le emozioni. A volte la paura può spingerci a fare delle scelte che ci dividono, ma alla fine le emozioni ci riuniscono. Al termine del film ero abbastanza scosso dalla storia, ma riguardandolo adesso mi sono reso conto che l’elemento fondamentale è la comunicazione

Avrebbe fatto le scelte della protagonista?
A. A.: Difficile da dire. L’esperienza di Louise e la nascita della bambina sono necessarie, ma quello che mi piace di più del mio personaggio è la sua forza.

“La memoria è una cosa strana, siamo costretti dal tempo e dal suo ordine”, dirà Louise all’inizio del film. Qual è il vostro rapporto con la memoria?
A. A.: Ci ho riflettuto molto a lungo dopo aver girato il film e spesso sfido me stessa a ricordare quanti più dettagli possibili di certe situazioni. Credo che sia un dono sorprendente.

J. R.: La memoria forgia i nostri comportamenti, abbiamo continuamente una relazione con i ricordi, come ci dimostra anche la scienza: la neuromappatura ci spiega ad esempio come a volte una canzone, un profumo, un odore, un colore possano suscitare connessioni con qualcosa che abbiamo vissuto nel passato, negativa o positiva che sia. I ricordi ci aiutano a imparare dalle esperienze fatte, a fare scelte diverse e a cambiare; è diverso solo il livello di coscienza che si ha perché le persone non sono tutte uguali: alcuni sono pastori e altri pecore.

Che ne pensate dei déjà vu, altro elemento a cui rimandano le continue visioni di Louise?
A. A.: Adoro i déjà vu. Non sono sicura di crederci, ma una persona una volta mi disse che sono un modo per verificare che si stia seguendo il  percorso di vita che ci è stato assegnato, uno strumento per controllare che siamo sul binario giusto.

J. R.: Mi ricorda quanta parte del mio cervello non utilizzo e quanto sono stupido, perché viviamo tante cose di cui non siamo consapevoli; quindi il déjà vu mi aiuta a capire quante cose non noto.

Come è stato lavorare con Villeneuve?
J. R.: È un genio, sempre molto concentrato; ha perfettamente chiaro in mente ogni inquadratura, ma per lui la cosa più importante è catturare il contenuto emotivo. Ed è estremamente paziente, perciò lo definirei un incrocio tra Kubrick, in termini di pazienza, e Spielberg. Se questi due registi avessero avuto un figlio sarebbe stato Denis!

 

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Elisabetta Bartucca

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