LOGO
,

Un padre, una figlia: Cristian Mungiu, così fotografo l’animo umano

unpadreunafiglia

Il compromesso come strumento diffuso e necessario alla sopravvivenza, le speranze disilluse dei padri e gli interrogativi dei figli. Cristian Mungiu torna a fotografare il suo paese questa volta attraverso la quotidianità di una famiglia: padre (Romeo), madre (Magda) e figlia (Eliza) fresca di borsa di studio per proseguire gli studi in Gran Bretagna.  È la discesa verso l’accettazione progressiva di un sistema corrotto in ogni sua maglia, è la parabola di due generazioni a confronto: i vecchi con il senso di colpa per aver fallito nel tentativo di cambiare il paese e i giovani incapaci di scegliere, perplessi, confusi. Un padre, una figlia, vincitore della Palma d’Oro per la Miglior Regia, arriva oggi in sala e così ce lo racconta il regista.

Nel film si affrontano due temi: da un lato un passaggio di consegne tra generazioni e dall’altro quello della corruzione istituzionalizzata e diffusa. Come mai ha scelto di raccontarli proprio attraverso la vita di questi tre personaggi: un padre pieno di rimpianti, una madre rassegnata e una figlia adolescente che pone delle domande?
Bisogna pur concentrarsi su qualche cosa quando si vuole raccontare una storia. Spero che il film parli della vita, della sua complessità, della natura umana e della difficoltà di compiere delle scelte; quando un regista parte con un progetto non ha le idee chiare come invece potrebbe averle lo spettatore. Un padre, una figlia tratta in generale il compromesso, che è il punto di partenza individuale di un fenomeno più diffuso a livello sociale come la corruzione ed è spesso la soluzione che richiede minore sforzo: è la meno morale e più facile. Ma il mio film si parla anche del fatto che spesso ci dichiariamo delusi dalle nostre società e di quanto poco si riesca a cambiarle, anche se raramente siamo disposti a prendere in considerazione la nostra responsabilità individuale; siamo invece sempre pronti a vedere quella degli altri e a tacciarli di non condividere i nostri principi morali.
A 50 anni ti ritrovi in un momento spartiacque della tua esistena in cui le scelte più importanti sono state già compiute: puoi guardare indietro e riflettere su quello che hai fatto, ma se guardi avanti capisci che ti aspettano altre scelte e sono quelle relative alla vita dei tuoi figli.

La moglie è un personaggio sconfitto che ha sempre vissuto però nella moralità, decidendo di non chiedere aiuto a nessuno. Chi decide cosa è morale e cosa non lo è? Solo la legge?
Sei tu che decidi, non c’è una norma che possa imporre una condotta piuttosto che un’altra, dipende dalla coscienza individuale di ciascuno di noi; soltanto noi sappiamo cosa è giusto e cosa è sbagliato. Certamente qualsiasi decisione comporta delle conseguenze che andranno affrontate; arriva un momento in cui la scelta fatta ci sembrerà l’unica possibile e sarà una scelta di compromesso, ma se in seguito non proviamo a riesaminare la alternative ripeteremo il modello comportamentale del compromesso.
Spero che Un padre, una figlia non sia percepito come un film morale, perché non lo è; non condanna né giudica qualcuno, ma è semplicemente un’osservazione e un ritratto dell’animo umano per come è.
In teoria è molto facile avere una condotta morale, ma nella pratica sappiamo quanto è difficile compiere delle scelte faticose. L’aspetto di una società è solo la somma dei comportamenti individuali di ciascuno.

Pensa che i doveri delle generazioni più giovani saranno diversi da quelli della generazione dei padri?
Non considero la vite dei due protagonisti in questo modo, inoltre la figlia è ancora troppo giovane per avere consapevolezza del fatto che ciascuna scelta implichi delle conseguenze, la coscienza del peso morale delle nostre decisioni arriva più avanti con l’età. Io stesso non ho le idee chiare e nel film propongo proprio questa mancanza di chiarezza; non credo però che la figlia sarà in grado di compiere delle scelte diverse da quelle del padre, convinto invece che bastino le parole perché Eliza possa sposare un determinato codice etico. Non è così, e forse il motivo per cui sua figlia non sarà molto diversa da lui è proprio l’incapacità di Romeo di incarnare quello che professa.
Un padre, una figlia è un film sul compromesso, sul senso di colpa ma anche sulla famiglia, sull’importanza dei rapporti tra i vari componenti e su come i figli siano il risultato di una serie di compromessi adottati dai genitori. La vita è molto complessa, ma dobbiamo sempre tener presente che le nostre scelte si rifletteranno sui nostri figli.

Che uomo è Romeo?
Non è possibile descriverlo a parole. Un personaggio ha una sua complessità quando lo scrivi, ha le sue motivazioni nel momento del confronto con l’attore che lo interpreterà e quando appare sullo schermo è molto più sfaccettato di quello che avevi previsto inizialmente. Romeo ha consapevolezza dei principi etici e  morali, ma il suo problema è l’incapacità di essere sincero, cosa che è anche all’origine di un fatto molto curioso.  Avevo inviato alcune pagine del copione ad un attore, che però non si è mai presentato alle audizioni; quando gli ho chiesto il motivo, mi ha risposto: “Mi rifiuto di interpretare un personaggio così manipolatore!”.

Alla fine sembra che siano più le vecchie generazioni a voler andare via per un cambiamento che non sono stati capaci di mettere in atto, mentre i giovani pare abbiano più radicato il desiderio di rimanere. Qual è la posizione delle nuove generazioni rispetto questa spinta verso la fuga?
Le statistiche ci dicono che i giovani vogliono partire; negli ultimi venti anni la popolazione rumena è diminuita del 10%, nel 1989 eravamo 22 milioni ora siamo 19. Le ragioni per cui si desidera lasciare il paese cambiano ovviamente in base al livello di istruzione: per alcuni la povertà è ancora molto diffusa quindi partire è l’unica alternativa di sopravvivenza e il solo modo per mantenere la famiglia che rimane in Romania, mentre le fasce più colte non vedono opportunità di lavoro sufficientemente garantite. E sono proprio le generazioni con una maggiore formazione a costituire una speranza per il futuro, ma vanno via; sono il segmento più dinamico e se non sono loro a restare e innescare il cambiamento, rimane davvero ben poco da sperare. La fuga spesso è la soluzione più facile.

Ha mai sentito l’esigenza di andare via?
No, perché ho un legame profondo con il mio paese, mi sento molto legato alla mia famiglia, alla casa, alla lingua, quindi mi piace coltivarla e ascoltarla e poi ho sempre avuto una vita relativamente agiata.
Quello che è cambiato è che forse negli ultimi anni è andata un po’ scemando l’energia nella volontà di cambiare questo paese, ma voglio continuare a viverci.

About the author
Elisabetta Bartucca

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top