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Il diritto di uccidere: L’etica del drone

Il diritto di uccidere: L’etica del drone

Il thriller di Gavin Hood porta sullo schermo i drone-strikes e la loro questione morale. Ultima interpretazione per Alan Rickman che recita al fianco di Helen Mirren e dell’Aaron Paul di Breaking Bad. In sala dal 25 agosto.

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Un drone armato, un bersaglio valido nel centro del mirino, ma anche l’ombra del danno collaterale, della vittima innocente. Il diritto di uccidere si nutre di dilemmi. Dilemmi etici e politici da risolvere in un amen, in pochi giri d’orologio, mentre alle spalle si allungano strascichi che rischiano di strozzare l’anima di una nazione. Gavin Hood, cineasta sudafricano alla settima regia, mette da parte un passato recente costellato da fiaschi hollywoodiani (Wolverine, Ender’s Game) e torna a quella vena civile che nel 2007 aveva animato il suo thriller Rendition. Oggi come allora Hood può contare su un cast solido ed eterogeneo, composto stavolta da Helen Mirren, dal compianto Alan Rickman, dall’Aaron Paul di Breaking Bad e dal somalo Barkhad Abdi, che nel 2014 fu candidato all’Oscar per Captain Phillips.

 

La storia è quella di un’operazione militare guidata dal colonnello Powell (Mirren), che individua in Kenya un covo di aspiranti attentatori. Quando arriva il momento di neutralizzarli con un drone da battaglia arriva – neanche a dirlo – l’imprevisto, nella forma di una ragazzina innocente, che mette su un banchetto per vendere pane nel raggio di esplosione del missile. Ecco allora che in un turbine di dubbi e di certezze, di falchi e di colombe, nelle due ore del film viene di fatto istruito un processo di fronte a uno spettatore-giurato. Uccidere una bambina o rinunciare, col rischio di contare decine di vittime più tardi? La sceneggiatura firmata da Guy Hibbert fa sfilare i suoi personaggi, mossi da scopi, sensibilità e situazioni contingenti diverse, come fossero testimoni di accusa e di difesa. Militari, politici, avvocati, spie sul campo e sulla scrivania, fino al pilota incaricato di premere il grilletto. Tutti hanno da dire la loro, tutti sono ben consapevoli che nella posta in gioco c’è anche un pezzo di anima.

 

Dopo aver celebrato gli eroi del secondo conflitto mondiale (da Il Giorno più lungo a Salvate il soldato Ryan), dopo aver psicoanalizzato le angosce della giungla vietnamita (Apocalypse Now, Full Metal Jacket) e dei deserti di Iraq e Afghanistan (The Hurt Locker, American Sniper), il cinema di guerra comincia ad affrontare un nuovo filone, quello del conflitto telecomandato, che non lascia segni sul corpo ma solo nella mente. In questo senso Il diritto di uccidere porta avanti l’indagine avviata dal Good Kill di Andrew Niccol, pellicola non banale passata quasi sotto silenzio nelle sale del Belpaese. Come il suo predecessore il film di Hood diventa quindi cibo per il pensiero – merce assai rara e sempre più preziosa – pur scegliendo una strada diversa, quella di un finale amaro e privo di certezze, perché in fondo la sentenza, lo scioglimento del nodo morale, sono affidati a uno spettatore che diventa quindi parte integrante del film.

 

Ma l’intelligenza e il coinvolgimento non sono gli unici pregi di una pellicola che rivaluta la carriera di Hood, un regista che dieci anni fa vinse anche un Oscar per il miglior film straniero con il crudo noir intitolato Il suo nome è Tsotsi. Hood usa con sapienza la tecnica del montaggio alternato, sfruttando a pieno le buone musiche composte da Mark Killan e Paul Hepker. E mostrando di saper maneggiare con dovizia l’arte del ritmo narrativo crea scene di grande tensione, che si inseriscono a buon diritto tra quelle della migliore scuola hitchcockiana. Se quanto scritto ancora non bastasse, altro motivo valido per consigliare la visione del film è che Il diritto di uccidere sarà purtroppo l’ultima prova d’attore di Alan Rickman, mattatore in modalità silenziosa di tanti film celebri e meno celebri, da Trappola di Cristallo alla saga di Harry Potter. Un interprete dotato del raro talento di impreziosire una scena con il più semplice dei gesti, a volte anche solo con una smorfia, una delle tante vittime di un 2016 maledetto, qui nelle vesti di un generale pacato e dolente.

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Marcello Lembo

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