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Il Clan: Pablo Trapero racconta la sua famiglia ‘omicida’

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Una famiglia borghese dalla vita apparentemente ordinaria e l’Argentina di inizi anni ’80 che si prepara alla delicatissima transizione dal regime militare ad una democrazia ancora fragile. Ispirato ad un episodio realmente accaduto, Il Clan racconta la storia di un intero paese attraverso le vicende della famiglia Puccio, che segnò quegli anni macchiandosi di atroci crimini: sequestri, riscatti e omicidi. Arquímedes (Guillermo Francella) con la moglie e i figli, si raccontano le loro giornate mentre cenano come qualsiasi altra famiglia, il figlio più grande Alejandro (Peter Lanzani), è una stella nascente del rugby, manipolato e coinvolto dal padre nella progettazione meticolosa dei suoi sequestri.
Ecco cosa ci raccontava il regista del film Pablo Trapero alla scorsa Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove Il Clan conquistò un Leone d’Argento per la miglior regia.

Che tipo di fonti avevate a disposizione?
La storia era abbastanza conosciuta, ma quando abbiamo iniziato a lavorarci non c’erano dei libri o video sulla storia della famiglia Puccio, avevamo a disposizione ritagli di giornali, articoli o documenti del tribunale. Abbiamo dovuto fare un grosso lavoro di ricerca, abbiamo investigato e fatto lavoro di indagine, sin dall’inizio: siamo andati nei club, abbiamo parlato con i vicini di casa, i giudici, gli avvocati, i giornalisti che si erano occupati del caso.
Gran parte del materiale è venuto da loro e dalle testimonianze degli amici di Alejandro che erano stati in quella casa, dalle fotografie e dalle lettere. È stato un processo lunghissimo.
Avevamo anche le registrazioni della voce di Archimede che parla con le proprie vittime, ma non c’erano registrazioni relative ai suoi rapporti con la famiglia, perciò abbiamo cercato di interpretare quello che era successo. Gran parte del film si basa su fatti reali, ma c’è anche molta fiction.

Quanti anni ci sono voluti?
Questa storia mi appassiona sin da quando avevo 13 anni. La prima volta che pensai al film era il 2007.

Con quante delle persone coinvolte ha potuto parlare?
Ho incontrato molti testimoni, soprattutto i compagni di squadra di Alejandro. La cosa sconvolgente è che alcuni di loro continuano a sostenere la sua innocenza, non hanno mai smesso di difenderlo. Non ho potuto invece parlare con nessun membro della famiglia perché non hanno voluto incontrarmi, abbiamo provato a contattarli ma è stato inutile.

Sembra che non tutte le donne della famiglia fossero al corrente di ciò che succedeva in quella casa…
Nessuno poteva essere innocente. Le indagini della polizia hanno rivelato che per come era strutturata la casa, era impossibile che non ne sapessero nulla. C’è la possibilità che la figlia più piccola fosse rimasta all’oscuro di tutto, ma non le altre donne della famiglia. Non sappiamo quanto questa ragazza sapesse, ma una cosa è certa: che la madre e la figlia più grande sono state per due anni sotto processo e che alla fine sono state assolte per mancanza di prove. Credo che la più giovane sapesse, semplicemente si rifiutava di vedere quello che succedeva, forse era un suo modo per sopravvivere.
A suo modo anche il personaggio di Alejandro, che partecipò ai sequestri in prima persona, è una vittima. Vittima di Arquímedes, il padre che manipolava e controllava tutta la famiglia; Alejandro ne era terrorizzato.

Come avete lavorato insieme a Guillermo Francella alla costruzione di Arquimedes?
Quando finii di scrivere, chiesi a Guillermo se era pronto a interpretare un personaggio simile. Volevo Guillermo sin dall’inizio, ma avevo paura che non accettase perché è un attore comico, uno dei migliori in Argentina; invece eccolo qui, era pronto e felice di accettare il ruolo! Insieme abbiamo lavorato a un lungo processo di trasformazione e ricerca; le immagini e le foto che avevamo a disposizione ci hanno aiutato ad aggiungere e a scoprire via via sempre maggiori dettagli sulla figura di Arquimedes.

Quali aspetti di questa storia l’hanno affascinata?
Mi avevano colpito alcuni titoli di giornale e un’idea in particolare: una famiglia che rapiva gli amici nella propria casa. Era abbastanza insolito. Sono partito da qui e poi dalla gran quantità di notizie che circolavano sul caso come il fatto ad esempio che Arquimedes sia diventato un avvocato mentre era in carcere, o il tentato suicidio di Alejandro. Ognuna delle vite dei componenti di questa famiglia era ben descritte dagli articoli di giornale.

E la scena finale?
Quando scrivi un film e hai un’idea ben precisa, cerchi di spingerti oltre i tuoi limiti. Hai bisogno di trovare una location dove poter girare i ciak più lunghi e nel caso dell’ultima scena, ci abbiamo impiegato mesi: alla fine l’abbiamo girata nel posto dove realmente Alejandro tentò di togliersi la vita, il tribunale di Buenos Aires. Ci sono voluti 50 ciak e abbiamo finito di girarla una settimana prima di terminare l’intero film.

I registi che l’hanno ispirata e guidata?
Chaplin, Scorsese… sono loro che mi hanno fatto venir voglia di fare quello che faccio. Mi hanno fatto capire che in un film puoi mescolare tante cose: i tuoi film possono essere divertenti e nello stesso tempo far riflettere. Personalmente mi piacciono i film che cambiano qualcosa dentro di te quando lasci la sala.

 

About the author
Elisabetta Bartucca

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