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Suicide Squad: Il blues del supercattivo

Suicide Squad: Il blues del supercattivo

Dal 13 agosto irrompe in sala la Suicide Squad, il team di supercattivi della Dc Comics. Protagonisti: Will Smith, Margot Robbie e Jared Leto.

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Stavolta a prendersi la scena sono i supercattivi. È la variazione proposta da Suicide Squad, è la sua anima diversa, almeno a parole. Perché ad agosto gli eroi sono in ferie ma non lo sono i cinecomics, e la squadra suicidi diretta dal David Ayer di Fury è il quinto film dell’anno a rientrare nella categoria, il secondo prodotto dalla Warner Bros e dalla controllata Dc Comics, dopo la performance in chiaroscuro di Batman v Superman.

Tratto dall’omonima serie a fumetti creata alla fine degli anni 50 la Suicide Squad è una squadra di supercriminali galeotti che viene impiegata dal governo degli Stati Uniti per missioni disperate o platealmente illegali, in cambio di un semplice sconto di pena. Questa Sporca Dozzina in versione fumettistica è stata affidata a un nome non banale, quello del regista-sceneggiatore Ayer, e a un cast stellare, composto da Will Smith, da Margot Robbie, dal premio Oscar Jared Leto, dalla modella Cara Delevingne e da Viola Davis e che avrebbe potuto contare anche su Tom Hardy se quest’ultimo non fosse  rimasto bloccato tra le insidie del grande nord americano, impegnato nelle riprese infinite di The Revenant.

La storia è quella di Deadshot (Smith), killer a pagamento e padre amorevole, di Harley Quinn (Robbie), ex psichiatra sedotta dal Joker (Leto), e di un gruppo di altri criminali che si trovano alle dipendenze di una cinica g-woman, Amanda Waller (Davis), pronta a mandarli allo sbaraglio in una missione decisamente più grande di loro.

Ricco d’azione e prodigo di personaggi Suicide Squad carica gli occhi dello spettatore di sequenze forsennate, di minacce impossibili, di una visionarietà che si affaccia a tratti, prendendo le forme di uomini in costume da mascotte che imbracciano il mitra in cruente sparatorie o di oniriche mani nere che trasformano in strega il personaggio della Delevingne.

Eppure Suicide Squad sembra figlia di qualche ripensamento di troppo. La sceneggiatura, firmata dallo stesso Ayer, mostra gli evidenti segni della riscrittura, con una parte iniziale allegra e accompagnata da una selezione musicale insistita e azzeccata, e una parte centrale dai toni foschi che richiamano il mood di Batman v Superman, mood che era stato tra i punti più contestati della pellicola di Zack Snyder. Condizionata anche da una campagna promozionale che aveva sottolineato solo gli aspetti più scanzonati, la Suicide Squad mostra i segni di una dolorosa dicotomia, fatta di flashback che si accalcano l’uno sull’altro e di una folla di personaggi costretti spesso al sacrificio narrativo.

Se il percorso del film non è netto non vuol dire però che tutto sia da buttare. Perché la sensazione è che il film abbia azzeccato sia gli attori che i personaggi. Se Margot Robbie in trucco bianco e hot pants, armata di martelli e mazze da baseball, è già diventata un’icona, non sfigura nemmeno Jared Leto, nei panni del terzo Joker cinematografico, in un’interpretazione più fisica del personaggio, lontana dalle smorfie gigione di Jack Nicholson e dall’anarchico concettuale portato sullo schermo da Heath Ledger. Splendida anche la sintonia tra i due, peccato che la loro storia sia solo una delle tante e che la logica dell’universo condiviso pretenda il ricorso sistematico all’accenno, al “ci rivediamo nella prossima puntata”. Ma Suicide Squad non è solo il duetto tra Joker e Harley Quinn, c’è anche la spietata Amanda Waller di Viola Davis, e il sorprendente Will Smith, che si prende la scena nonostante abbia pescato il personaggio meno interessante del mazzo. Tra le figure di contorno spicca invece il giovane Jay Hernandez, nella parte di un uomo funestato da poteri demoniaci e sensi di colpa. Restano invece sullo sfondo gli altri, qualcuno a malincuore, qualcuno meno.

Il rammarico principale però è che i cattivi della Suicide Squad restano cattivi solo sulla carta. La possibilità di ribaltare le prospettive del genere rimane chiusa e sigillata in una cornice che finora solo l’anti-eroe Marvel Deadpool, protagonista dell’omonima pellicola della Fox, è riuscito in qualche modo a scardinare. Il risultato finale è quello di un film che poteva essere meglio, ma che non spiega l’odio suscitato nella critica d’oltreoceano. Certo è che a parte gli agognati successi al botteghino e certe eccezioni di lusso, il genere dei cinecomics continua a rimandare il suo appuntamento con la maturità.

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Marcello Lembo

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