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The Legend of Tarzan: Welcome (back) to the Jungle

The Legend of Tarzan: Welcome (back) to the Jungle

Ispirandosi alle storie di Burroughs, David Yates dirige The Legend of Tarzan, pellicola con lo statuario Alexander Skarsgård e l’affascinante Margot Robbie. Lento a carburare, il film fa l’occhiolino ai cinecomics e le poche scene spettacolari non gli permettono di catturare interamente l’attenzione dello spettatore. In sala dal 14 luglio.

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Sono passati otto anni da quando Tarzan e Jane hanno lasciato il Congo per l’aristocratica Londra. John Clayton III, Lord Greystoke, adesso è membro della Camera dei Lord e beve tè con il mignolo all’insù nella sua villa in stile vittoriano. Qualcuno però richiede il suo aiuto: Re Leopoldo del Belgio, attraverso il suo inviato, il Capitano Leon Rom, vuole mostrargli quale meraviglie il Belgio è riuscito a realizzare in Congo. Restìo a partire, al contrario della moglie, Lord Greystoke, alla fine, decide di andare, ignaro del fatto che sta per finire in una pericolosissima trappola.

David Yates si prende una pausa dal fantastico mondo di maghi e maghetti firmato J.K. Rowling (dopo quattro film di Harry Potter e il prossimo Animali fantastici e dove trovarli) e si concede un tuffo nei grandi classici. Per questo l’amaro in bocca è inevitabile quando si assiste a The Legend of Tarzan: dal ritmo incerto (più lento che altro) e con una struttura narrativa fin troppo semplice e piatta, la pellicola di Yates, scritta da Adam Cosad e Craig Brewer, non lascia a bocca aperta. Se non fosse per il fisico statuario di Alexander Skarsgård, che farebbe invidia anche al più assiduo frequentatore di palestre. Figlio di Stellan, che non ha bisogno di presentazioni, Skarsgård, dopo anni di tv (True Blood in primis) e qualche apparizione al cinema, ottiene il suo primo ruolo da protagonista in una grande produzione, ma (s)vestire i panni di Tarzan non lo aiuta sicuramente: a parte il fisico, perché portare sullo schermo un Tarzan musone, rabbuiato, vittima degli eventi e totalmente spaesato? L’unico punto forte del Tarzan di Skarsgård sembra essere solo la sua evoluzione in una sorta di supereroe ambientalista, di protettore della natura, delle sue leggi e dei suoi abitanti. Tarzan conosce bene quell’ambiente e anche se all’inizio del film sembra essersi perfettamente integrato con la società londinese, il richiamo della giungla è forte, radicato al suo interno e cedergli non è difficile.

Come ha fatto Il Libro della Giungla qualche mese fa, anche The Legend of Tarzan riporta in primo piano il messaggio ambientalista, unito, questa volta, a quello antischiavista (e, forse, anticapitalista?) ed è interessante come i due film, molto lontani per carattere (luminoso il film di Favreau, cupo quello di Yates) convergano in una scena molto simile: quella in cui da una parte Mowgli e dall’altra Tarzan incontrano, nella giungla, gli elefanti. Nel film di Yates c’è anche una non velata critica alle origini degli Stati Uniti, al massacro delle comunità autoctone indiane, ed è il personaggio di Samuel L. Jackson a farsi portatore di questo messaggio, unico personaggio che riesce a smorzare, seppur di poco, i toni fin troppo seri di una pellicola per niente incline all’autoironia.

Dall’altra parte della barricata c’è il cattivo di turno, Leon Rom interpretato da Christoph Waltz: a metà tra l’Hans Landa che portò il primo Oscar a Waltz e quel colonnello Kurtz immaginato da Conrad, Rom è l’archetipo del cattivo assetato di ricchezza e potere, la faccia negativa e malvagia della giungla. Fin troppo imbrigliata nel ruolo di damigella da salvare è, infine, la Jane di Margot Robbie, nonostante le premesse siano diverse (una donna che va contro le imposizioni della società londinese).

Yates richiama la leggenda di Tarzan con i numerosi flashback che ne raccontano l’origine, ma quel che ne viene fuori è un racconto lento e forzato, in particolar modo nelle scene che preparano il finale, per fortuna edulcorato da immagini spettacolari, come quelle che ritraggono i “voli” di Tarzan sulle liane e, soprattutto, i paesaggi africani.

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Augusto D'Amante

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