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The Zero Theorem: Il ritorno di un maestro

The Zero Theorem: Il ritorno di un maestro

A quasi tre anni dalla presentazione al Festival di Venezia sbarca al cinema The Zero Theorem, nuova avventura distopica firmata dal regista di culto Terry Gilliam. In sala dal 7 luglio.

3stelle

Un maestro dimenticato in un cassetto. Terry Gilliam si riaffaccia nelle sale italiane a quasi sette anni dall’ultimo Parnassus, quando le speranze di vedere in Italia il suo The Zero Theorem si stavano lentamente affievolendo. Nonostante la presenza di Christoph Waltz nel ruolo del protagonista e due guest star di lusso come Matt Damon e Tilda Swinton, nonostante il passaggio in anteprima al Festival di Venezia nel 2013, tutto sembrava perduto ma alla fine non è stato così e grazie agli sforzi di Minerva Pictures l’opera ultima di un maestro del cinema trova una distribuzione in sala.

La storia racconta delle ansie, delle fobie e della depressione di un uomo di nome Qohen Leth (Waltz), che in un futuro distopico ed estremizzato, dove ogni cosa sembra ridotta a uno slogan e accompagnata da un jingle, vive in attesa di una telefonata. Uomo di fede circondato dal nichilismo Qohen si vede rivoltare la vita quando l’azienda per cui lavora gli affida un compito particolare, quello di riuscire a dimostrare il misterioso teorema zero.

Gli anni passano ma Gilliam non ha perso l’occhio e il gusto di raccontare i suoi futuri surreali, i suoi eroi sopra le righe. Troppo facile ricollegare The Zero Theorem con alcuni dei film più famosi del regista, Brazil e L’Esercito delle 12 Scimmie su tutti. Eppure il filo rosso termina qui. The Zero Theorem non è rivoluzionario come Brazil e non ha l’anima del blockbuster come il film con Bruce Willis e Brad Pitt. L’ultima opera del regista che si fece conoscere grazie all’avventura dei Monty Python, è una sorta di parabola moderna con lo sceneggiatore Pat Rushin che ha dichiarato di ispirarsi direttamente al biblico Libro dell’Ecclesiaste, il cui nome ebraico, Qoheleth, richiama quello del personaggio di Waltz.

Ma se altre volte (Le avventure del barone di Munchausen, La leggenda del re pescatore) la natura allegorica dei suoi intrecci, dei suoi protagonisti, aveva permesso a Gilliam di raggiungere le vette della sua poetica in The Zero Theorem lo schema diventa una gabbia che i personaggi non riescono a scardinare, troppo intenti a dimostrare qualcosa, troppo presi a seguire le direttive di un assioma, per riuscire a raggiungere la profondità narrativa. Né la povertà dei mezzi (economici, non espressivi) aiuta, racchiudendo la fantasia ipertrofica di Gilliam nei rigidi confini di quattro mura, quelle della chiesa abbandonata dove vive Qohen, dove l’unica forma di sollievo possibile sembra l’eterno tramonto di una spiaggia virtuale.

Ci sarebbe da restare profondamente delusi se non fosse che ogni inquadratura è una gioia per gli occhi, che ogni particolare scenografico meriterebbe un’occhiata approfondita in fermo-immagine e che ogni elemento di questo nuovo e sghembo futuro sembra uscito direttamente da un manuale di design di alta scuola. E così The Zero Theorem non sarà probabilmente un capolavoro ma è di certo il film più sentito di Gilliam da parecchi anni a questa parte. E quando un regista grande e non sempre celebrato a dovere riesce a parlare con la sua voce, vale la pena di fare silenzio e di lasciarsi prendere per mano.

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Marcello Lembo

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