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Addio a Abbas Kiarostami

Addio a Abbas Kiarostami

Se ne va all’età di 76 anni Abbas Kiarostami, sofisticato e brillante poeta del cinema iraniano. A darne notizia oggi l’agenzia iraniana Isna. Il regista si trovava a Parigi dove nell’ultimo mese si era sottoposto a un intervento, l’ultimo dei tanti che aveva dovuto affrontare dopo che a marzo di quest’anno gli era stato diagnosticato un tumore all’intestino.
“Non era solo un regista, era un mistico dei giorni nostri sia al cinema che nella vita privata. – ha commentato il regista Asghar Farhadi al GuardianHa aperto la strada ad altri cineasti e ha influenzato il lavoro di molti. Non è solo il mondo del cinema ad aver perso un grande uomo; tutto il mondo ha perso una persona davvero straordinaria”.
Gli fa eco Mohsen Makhmalbaf: “Kiarostami ha dato al cinema iraniano la credibilità internazionale che ha oggi. Ha cambiato il mondo del cinema e lo ha umanizzato a differenza della grezza versione hollywoodiana“.

Kiarostami era nato il 22 giugno 1940 a Teheran. Il suo background culturale attingeva a piene mani dalla pittura (si laurea all’Accademia delle Belle Arti) e dalla grafica; tra il 1960 e il 1969 aveva realizzato oltre centocinquanta spot pubblicitari senza contare i corti e i mediometraggi prima del suo debutto sul grande schermo nel 1974 con Il viaggiatore, girato interamente in presa diretta, con mezzi di fortuna e attori non professionisti.
Ma sarebbero passati almeno dieci anni prima che la sua arte si potesse imporre all’attenzione di pubblico e critica con l’intenso Dov’è la casa del mio amico: è il 1987, il film in pieno stile documentaristico ma con una continua irruzione del fantastico, strizza l’occhio al neorealismo italiano, e nel 1989 viene premiato al Festival di Locarno.
Realtà e menzogna continuano ad avvicendarsi in Close up (1990), consacrazione definitiva nell’olimpo del cinema internazionale e di cui Kiarostami disse: “Credo che sia il mio miglior film”. Sempre in bilico tra finzione e realtà gira E la vita continua (1992), dove i protagonisti viaggiano alla ricerca di alcuni bambini sullo sfondo di un Iran devastato dal terremoto; il 1994 è la volta di Sotto gli ulivi – solo quindici pagine di sceneggiatura e tanta improvvisazione – che, insieme a E la vita continua, costituisce l’ultimo capitolo di un’ideale trilogia iniziata con Dov’è la casa del mio amico. Con i successivi Il sapore della ciliegia (1997), Palma d’oro a Cannes, e il controverso Il vento ci porterà via (1999), Leone d’oro a Venezia, la costruzione del reale assume toni sempre più rarefatti. Nel 1997 fu lo sceneggiatore de Il palloncino bianco di Jafar Panahi. Gli ultimi anni lo avevano visto impegnato in opere corali come Tickets e To each his own.
Il suo cinema ci mancherà.

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Elisabetta Bartucca

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