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The Neon Demon: La dissezione della bellezza

The Neon Demon: La dissezione della bellezza

Nicolas Winding Refn, regista dei cult Drive e Bronson, porta in scena un horror ambientato nel mondo della moda. Protagonista la Elle Fanning di Super 8. In sala dall’8 giugno.

2stelle

La bellezza. Innocente e inarrivabile, oggetto di culto e d’invidia, di desiderio e di violenza. La bellezza è il motore immobile dell’emozione umana, la divinità venerata dagli angoli più esclusivi, più elitari della società. La bellezza è anche il centro e il motore di The Neon Demon, horror espressionista di Nicolas Winding Refn, il cineasta danese che 5 anni fa vinse il premio come miglior regista a Cannes per il suo Drive. Ad incarnare tutto questo è invece Elle Fanning, 18 anni compiuti da poco e un curriculum di prim’ordine, dal Somewhere di Sofia Coppola al Super 8 di J.J. Abrams passando per il successo al botteghino di Maleficent.

La storia è quella di Jesse (Elle Fanning), aspirante modella, 16enne orfana e bellissima, che sembra offrirsi in sacrificio a un mondo che la brama e la odia, che di lei si nutre e si inebria. Attorno le si muovono dei personaggi, quasi dei satelliti, che sono ombre sullo sfondo: la truccatrice Ruby (Jena Malone), le due modelle veterane Gigi e Sarah (Bella Heathcote e Abbey Lee), il fotografo affermato Jack (Desmond Harrington), l’aspirante fotografo Dean (Karl Glusman) e il violento gestore di un motel, Hank (Keanu Reeves).

Il vortice di passioni e ambizioni, di soprusi e tensioni, prende subito una forma onirica e patinata. È il cinema di Nicolas Winding Refn, conturbante e sperimentale, dove giochi di luci e soprattutto di ombre compongono un affresco inquietante, dove suggestioni visive che rimandano al mondo della video art si intrecciano alle intelaiature sonore plasmate dalle mani sapienti di Cliff Martinez, autore delle musiche e collaboratore fisso del regista sin dai tempi di Drive. The Neon Demon si insinua a poco a poco nell’occhio e nella mente dello spettatore come se fosse una lama subliminale. Turba, provoca, come dovrebbe fare un’opera d’arte, e alla fine si lascia prendere troppo la mano, scivolando in un manierismo alla Lars Von Trier contro cui lo stesso Winding Refn ha più volte puntato il dito.

E nel ricorrente riproporsi dei triangoli di luce, logo, simbolo e chiave di lettura del film, emergono pulsioni via via più perverse, il desiderio e la violenza cedono il passo al cannibalismo e alla necrofilia, i paesaggi emozionali si fanno sempre più cupi anche su quei set fotografici illuminati da un sole a picco, di quelli che si vedono solo in certi quadri di De Chirico. Peccato però che il cinema non sia solo esperienza sensoriale ma anche narrativa e intellettuale perché è proprio lì che il Neon Demon di Winding Refn incespica, a volte anche zoppica. Sulla sceneggiatura, firmata a sei mani dal regista e dalle esordienti Mary Laws e Polly Stenham, si appuntano tutti i passaggi più labili del film a cominciare da un intreccio già chiaro nel giro di poche inquadrature e per finire con dei dialoghi che a volte fanno venir voglia di eliminare l’audio, se non ci fosse il rischio di perdersi le musiche di Cliff Martinez. Il Winding Refn sceneggiatore e le sue collaboratrici, sembrano accontentarsi di un ricorso sistematico al simbolismo (Ruby rappresenta il desiderio inappagato, Gigi e Sarah l’invidia, Jack il controllo, Dean è un’ipocrita voce del popolo, Hank è la violenza, la penetrazione) che rinchiude i personaggi nella gabbia degli schemi, che trasforma ogni singola scena nel capitolo di una tesi. Il regista di Copenaghen è prima di tutto un manipolatore di immagini e nelle sue mani questa dissezione della bellezza diventa un collage di scene accattivanti, impreziosite da una splendida Elle Fanning, che incarna una bellezza virginale, una dea in fieri, dentro cui covano le braci dell’ambizione. Questo però non toglie che la riflessione di fondo non intacchi una superficie liscia e levigata come quella delle sue protagoniste, lasciando che tanta potenza espressiva giri irrimediabilmente a vuoto nell’illusione che un esercizio di stile sia in realtà qualcosa di più.

 

 

 

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Marcello Lembo

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