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Nicolas Winding Refn, ‘The Neon Demon’ è il mio Barbarella

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Il futuro lo affascina perché “è bello, luminoso, entusiasmante”, dice di averlo visto già anni fa e di aver sempre girato film per il futuro, che per lui risponde a una rivoluzione di linguaggi e a una sola parola, ‘digitale’, dove “le regole del vecchio modo di fare cinema non valgono più e tutto è accessibile e vedibile”. Ma il futuro per Nicolas Windign Refn è anche la bellezza fanciullesca di Elle Fanning, demone del suo ultimo film, The Neon Demon, sul mondo della moda e l’ossessione per la bellezza: “Senza Elle questo film non sarebbe stato possibile”, asserisce durante la conferenza stampa di presentazione del film a Roma in occasione dell’uscita italiana (l’8 giugno).
Ama i film biografici ma è troppo “preso da sé” per poter realizzare biografie che non siano su se stesso, nella sua vita ci sono due cose: “Mia moglie e il mio lavoro, famiglia e amante. Spero di poter fare più film possibili, perché amo l’arte della creatività”. Insomma, ci farà compagnia ancora per molto tempo con la sue fantasie disturbanti e visionarie, ma possiamo dire addio al suo Barbarella televisivo di cui si è sempre tanto parlato: “Non lo vedrete mai, perché The Neon Demon è la mia versione di Barbarella”, rivela.
Intanto il regista di Drive è già all’opera su alcuni lavori per la televisione: la serie Les Italien con i Lucisano, che hanno prodotto e distribuito The Neon Demon nel nostro paese, e un progetto tv con gli Stati Uniti.
“Ritengo obbligatorio avere qualcosa di televisivo in lavorazione anche se la tv richiede molto più tempo del cinema, – sostiene – perché devi scrivere almeno per dodici ore di intrattenimento e non per una storia di novanta minuti. La televisione sta diventando sempre più importante in termini di potenzialità”.

È un film pieno di simbolismi e stratificato. Cosa rappresenta ad esempio la figura ricorrente del triangolo?
Nicolas Winding Refn: E’ il simbolo del ‘demone al neon’, di quell’entità che poi non è altro che Elle Fanning; l’idea era di usare il triangolo come bellissimo simbolo della sensibilità. Ho pensato però anche alla lettura dei tarocchi di Jodorowsky e così mentre scrivevo, ogni fine settimana ci sentivamo su Skype e mi facevo leggere i tarocchi da lui.

Il matrimonio con Cliff Martinez funziona benissimo. Che tipo di lavoro fate insieme?
N. W. R.: Sono stato molto fortunato a poter lavorare con lui e a farlo entrare nel mio mondo già con Drive, è l’anello mancante nella mia evoluzione. Abbiamo creato un sodalizio estremamente creativo, ormai siamo al terzo film insieme; Cliff inoltre ha lavorato spesso con mia moglie e ormai fa parte della famiglia, ci ha visto in tutte le condizioni possibili, anche in piagiama. Il nostro modo di collaborare ha raggiunto un profondo livello di intimità ed è molto pratico; tutto viene pensato e ponderato, ci penso già in fase di scrittura e gli lascio delle indicazioni ad esempio su dove intervenire. Poi, una volta finito il film, glielo faccio vedere e gli dico: “Fa’ ciò che vuoi, vai con Dio”. La sua musicalità fa funzionare film, lo accentua, lo rende ancora più soddisfacente e creativamente bello.

Definireste il film una specie di incrocio tra ‘Alice nel paese delle meraviglie’ e ‘La contessa sanguinaria’?
N. W. R.: Non faccio film, creo esperienze e qualsiasi cosa ci leggiate dentro va bene. Ma qui ci sono molte più cose: con “The Neon Demon” Elle e io abbiamo realizzato un melodramma, un film di fantascienza, un film volgare, un film bello, un film sexy, un horror, ma anche un film di vero e puro intrattenimento.
Elle Fanning: Essendo io stessa una teenager – ho 18 anni ora, ma ne avevo 16 quando ho girato il film –penso che gli adolescenti vogliano film che dicano la verità e rompano le regole, proprio come fa il nostro “The Neon Demon”, che ti sciocca e ti sorprende di continuo.

“La bellezza non è tutto, è l’unica cosa”, recita una delle battute del film. Cos’è per voi?
N. W. R.: La bellezza è un argomento estremamente complesso e su cui ognuno ha un’opinione diversa: per alcune persone è qualcosa di superficiale, mentre per altre è un concetto talmente tanto profondo e importante da dedicare i propri studi universitari a ciò che la bellezza rappresenta. Nella mitologia e nelle favole la parola più ricorrente è quella di bellezza intesa sia come purezza, sia in un senso più fisico. È un tema su cui tutti abbiamo un’idea, è qualcosa che tutti possiamo toccare.
In “The Neon Demon” le donne vivono questa odissea, mentre i personaggi maschili sono come le fidanzate negli altri film: servono a portare avanti la trama. Ad esempio il ragazzo di Jesse rappresenta la normalità, il fotografo di moda il controllo anche se finisce per alimentare una macchina molto più ampia, poi c’è Keanu Reeves che simboleggia l’aspetto della sessualità e la paura della penetrazione e il designer che invece incarna l’accentuazione massima dell’ossessione per la bellezza. Ma questo film va oltre il femminismo.
Elle Fanning: La prima volta che ho incontrato Nicolas, mi ha chiesto: “Pensi di essere bella?”, e mi ha fatto sentire abbastanza a disagio perché tutti, dalla famiglia alla società, ti inducono a pensare che sia una di quelle domande a cui non si dovrebbe dare risposta. Rispondere di sì porta immediatamente gli altri a pensare che tu sia semplicemente una narcisista, ma ci viene anche insegnato che ci si deve piacere e trovare belli. È un argomento abbastanza complesso e provocatorio, perché la linea di demarcazione tra il volersi bene in maniera sana e l’essere ossessionati da se stessi e dalla propria bellezza è molto sottile. E proprio questa ossessione porterà Jesse alla caduta, ma non sono sicura che fosse così innocente e che non avesse pianificato tutto sin dall’inizio.

Ci regalerà altri film biografici come Bronson?
N. W. R.: È molto difficile per me riuscire a realizzare un film biografico su qualcun altro che non sia il sottoscritto, perché quando lavoro sono completamente assorbito e ossessionato da me stesso. Nel caso di “Bronson” non ho fatto altro che raccontare la mia vita utilizzando qualcuno che si chiama Charlie Bronson, ma sono troppo preso da me stesso e dalle mie fantasie per riuscire a raccontare biografie di qualcun altro, ma vedere film biografici mi piace moltissimo. La grande creatività non è che il narcisismo agli estremi.

Fare film per un’altra generazione (come quella dei teenager) richiede di inserire tantissimi altri linguaggi che nel cinema entrano solo di sfuggita e che lei invece ha sempre provato a tirare dentro in qualche modo. Sarà quindi necessaria una rivoluzione dei linguaggi?
N. W. R.: Il cinema ha raggiunto oggi una fase di perfezione stagnante e di stop dal punto di vista finanziario, è diventata una gigantesca macchina che trascina tutti. Del resto se non fosse per i blockbuster o per i film di supereroi, che a volte sono dei capolavori molto belli da vedere, l’industria cinematografica non esisterebbe più. Ho sempre fatto film per il futuro, ho visto il futuro molti anni fa, e ora con la rivoluzione digitale ci troviamo di fronte una tela, quella del digitale, dove le regole del vecchio modo di fare cinema non valgono più. Una volta il cinema era qualcosa di elitario e controllato da un ristrettissimo gruppo di persone, a pochi era consentito l’accesso, c’era un forte controllo della qualità, era un ecosistema che definiva cosa era buono e cosa cattivo. Nel futuro in cui stiamo per entrare oggi questo ecosistema non esiste più, perché il digitale è un mondo a cui a tutti è permesso di entrare, tutto è vedibile e accessibile, non esiste più controllo, è una creatività capitalistica folle e quindi il linguaggio, il formato, la storia e la struttura sono elementi obsoleti. È come parlare di classicismo contro modernità.
Il nostro film è il futuro, perciò avevo bisogno di un’attrice sedicenne che facesse da apripista a questo mondo e aprisse la strada verso il futuro che io vedo come luminoso, entusiasmante e bello. Futuro non è ciò che siamo ma ciò che rappresentiamo e difendiamo. E senza Elle questo film non sarebbe stato possibile.

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Elisabetta Bartucca

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