LOGO
,

Marguerite e Julien: amori proibiti

Marguerite e Julien: amori proibiti

La regista di La guerra è dichiarata, Valérie Donzelli, torna al cinema con la storia di un amore proibito, Marguerite e Julien: la leggenda degli amanti impossibili. Ispirato da una storia vera e tratto da una sceneggiatura di Jean Gruault, il film confonde lo spettatore, si allontana dalla provocazione promessa e cede al romanticismo più banale. In sala dal 1° giugno.

2stelle

Abbandonato il filone autobiografico, l’attrice, regista e sceneggiatrice francese Valérie Donzelli porta al cinema una storia di amore incestuoso che prende le mosse da fatti realmente accaduti nella Francia del Seicento. Marguerite e Julien – la leggenda degli amanti impossibili, a poco più di un anno dalla sua presentazione (e conseguente scalpore) al Festival di Cannes, arriva nelle nostre sale il 1° giugno.
Figli dei Signori di Tourlaville, Marguerite e Julien si amano teneramente fin da bambini. Una volta adulti, quello che è un affetto infantile si trasforma in un’indomabile passione, e lo scandalo della loro relazione porta i due fratelli/amanti a cercare una via di fuga verso l’Inghilterra.

La Donzelli, insieme al suo collaboratore e storico amico Jérémie Elkaïm (qui anche protagonista del film insieme a Anaïs Dempoustier), scrive la sceneggiatura partendo da quella che nel 1973 Jean Gruault scrisse per François Truffaut. Il regista francese, però, abbandonò l’idea di realizzare quel film, forse perché spaventato dalla ricostruzione storica – la sceneggiatura originale era ambientata nel Medioevo – o forse perché il film sarebbe stato troppo forte per quegli anni. Quarant’anni dopo, la Donzelli rimette mano a quel soggetto e decide di apportare significativi cambiamenti.
Il primo, quello più palese e quello che conferisce al film una certa dose di novità (unico merito), sta nel non costringere la storia in un quadro storico preciso. La Donzelli gioca con il suo pubblico e realizza qualcosa che non si è visto facilmente in precedenza sul grande schermo. Concentrandosi solo sulla storia d’amore, la regista decide di conferire al film uno status di favola, di un qualcosa che non ha un tempo preciso: ed ecco che sullo schermo insieme alle automobili, compaiono le candele per illuminare le buie stanze del castello di notte; la radio si trova in una stanza arredata in stile barocco; gli abiti di fattezze medievali o ottocentesche si alternano a maglioni di lana anni ’60 e a giacche più moderne; la musica classica va di pari passo a melodie più pop e moderne.

Donzelli ci sta dicendo che quella storia appartiene a tutte le epoche, ma è proprio qui che sta anche il grande limite del film. Se da una parte la scelta di non scegliere un contesto storico di riferimento riesce ad attirare la curiosità dello spettatore, dall’altra lo confonde. Chi guarda il film non ha assolutamente nessun ancoraggio temporale e, di conseguenza, non riesce ben a capire dove la regista voglia arrivare. È chiaro che si vuole creare un mondo, che si vuole trasferire i due protagonisti in una realtà parallela fatta di leggi sue, ma quello che viene mostrato è troppo poco per consentire allo spettatore di orientarsi in maniera adeguata.
Se Marguerite e Julien vuole essere una provocazione, la Donzelli ben presto abbandona questo proposito per rimanere vittima del più banale dei romanticismi. Come la regista, anche il pubblico non riesce a prendere una posizione nei riguardi di questa storia d’amore: siamo vittime di un combattimento interiore che a lungo andare, però, finisce per non interessarci più.

E causa della perdita di interesse sono anche i pochi dialoghi tra i due protagonisti: Anaïs Demoustier e Jérémie Elkaïm si parlano solo guardandosi o toccando i loro corpi, rendendo impossibile, per lo spettatore, provare, anche un minimo, anche per finta, a capire il loro rapporto. Da che parte stare, quindi? Impossibile rispondere perché qui è la confusione a regnare e, alla fine di tutto, viene fuori un film che eccelle nella forma (la fotografia di Céline Bozon conferisce quell’aura di fiaba che, ad ogni modo, ci fa sentire protetti), ma che nella sostanza offre ben poco all’esperienza cinematografica. Fatto salvo il finale con Walt Whitman e “Noi due, quanto a lungo fummo ingannati“.

About the author
Augusto D'Amante

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top