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Pelé: Calcio spettacolo

Pelé: Calcio spettacolo

La parabola del calciatore più celebrato di sempre diventa un film stilizzato e spettacolare diretto da due documentaristi, Jeff e Michael Zimbalist. In sala dal 26 maggio.

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Un sombrero, una rabona, il gioco del calcio come fosse una danza, la danza del popolo e della storia. Arriva in sala Pelé, sentito omaggio che Hollywood tributa al calciatore più leggendario, l’uomo che risvegliò l’orgoglio del Brasile e che proprio in America andò a concludere la sua carriera, vestendo la maglia dei New York Cosmos. A portarlo sullo schermo sono i fratelli Jeff e Michael Zimbalist, documentaristi specializzati in storie di sport, che mettono momentaneamente da parte il cinema-verità per godersi un’escursione nella realtà stilizzata di un calcio mitizzato dalla passione e dalla memoria.

La storia, portata sullo schermo grazie a una serie di giovani attori latinamericani (il brasiliano Kevin De Paula nel ruolo di Pelè, il messicano Diego Boneta in quello di Josè Altafini) e di qualche veterano importato (Vincent D’Onofrio nella parte dell’allenatore Feola), è quella del mondiale del ’58, il torneo che svelò al mondo le magie di Pelè, con un Brasile conquistatore in terra d’Europa e con tanto di vittoria finale sui padroni di casa, la Svezia di Hamrin e Nordhal.

Le evoluzioni ma anche i tormenti e le ansie di Pelé, Altafini, Garrincha e compagni nel racconto dei fratelli Zimbalist (autori anche della sceneggiatura) diventano però metafora, parabola e cornice narrativa perché il gioco dei flashback e dei rimandi ci riporta subito dietro a 8 anni prima, al cosiddetto Maracanazo, la sconfitta storica nella partita decisiva dei mondiali di casa contro l’Uruguay, sconfitta che portò a riconsiderare il gioco tradizionale del Brasile, la spettacolare Xinga, in favore degli schemi più ordinati ed efficaci del calcio europeo.

Tra un aneddoto e l’altro Pelé ci racconta anche della Xinga, della sua origine, del suo significato, simbolo di rivolta degli schiavi di origini africane al padrone portoghese. E così l’avventura al mondiale di Svezia diventa un percorso di riscoperta delle proprie origini, un Radici in versione calcistica, dove lo spirito di un popolo diventa l’arma vincente di fronte al piglio militare della tattica europea, all’arroganza del nostro calcio e dei nostri calciatori. Metafora si diceva e in effetti il film sposa questa sua natura, scegliendo la via estetica della stilizzazione, così lontana dal passato documentaristico dei due registi, e riscrivendo la storia così come fa la tradizione, generando quelle che diventano leggende. Basta un semplice passaggio su Wikipedia per scoprire che Altafini, quasi un villain nel film,  non era viziato né tantomeno ricco, oltre a vivere ben lontano da Pelé, che il padre del protagonista, Dondinho, non giocò nel Santos come il figlio, e che nell’ottica drammatica dell’intreccio si siano persi di vista i quarti di finale del torneo, dove peraltro Pelé segnò il suo primo gol in nazionale. Eppure il racconto ha un suo senso, seppur artefatto, e la ricostruzione acrobatica di certe reti di cui a volte non esistono neanche filmati riesce a essere spettacolare ed emozionante. Pelé è un film semplice e semplicistico ma non sgradevole, perfetto per chi vuole omaggiare un campione e anche per chi vuole scoprirlo, o per chi vuol farsi conquistare dalla magia del calcio.

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Marcello Lembo

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