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La Pazza Gioia: le donne di Virzì

La Pazza Gioia: le donne di Virzì

Dopo Il Capitale Umano del 2013, Paolo Virzì torna al cinema con La Pazza Gioia, film presentato durante la Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes 2016. Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi sono le indimenticabili protagoniste di un road movie che va alla ricerca, senza impuntarsi troppo, della felicità anche in quei momenti più bui della vita. Alla base una buona sceneggiatura scritta a quattro mani da Virzì e Francesca Archibugi. In sala dal 17 maggio.

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Quando Paolo Virzì racconta le donne, il suo cinema splende con una luce fortissima, che può essere tranquillamente fissata per ore perché non provoca alcun fastidio. Lo avevamo visto con La prima cosa bella del 2010, ma è con questo suo ultimo film, selezionato per la Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2016, che il suo modo di raccontare le donne raggiunge vette poco esplorate in precedenza. In sala dal prossimo 17 maggio, La Pazza Gioia racconta la storia di due donne molto diverse tra loro, la logorroica Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) e la fragile Donatella (Micaela Ramazzotti), che si incontrano in una comunità terapeutica per donne con disturbi mentali, dove sono sottoposte a misure di sicurezza. L’imprevedibile amicizia che nasce tra le due le porterà ad una fuga tra le strade di quel manicomio a cielo aperto che è il mondo.

Mentre scorrono le immagini, lentamente fanno capolino, nella testa dello spettatore, i versi di una delle canzoni più belle della musica italiana, La Cura di Franco Battiato. La Pazza Gioia non è altro che questo, una cura: non solo quella che le protagoniste hanno l’una verso l’altra, ma anche quella che investe chi guarda, facendolo sentire appagato quando arriva il momento di alzarsi dalla poltrona. Virzì abbandona i toni un po’ più cupi e freddi del suo precedente lavoro, Il Capitale Umano, e si lascia trasportare da queste due adorabili “pazze” in un mondo fatto di calore, luci e, soprattutto, schiettezza. La genuinità di Donatella e Beatrice assale il pubblico: con loro si ride (e di gusto) e con loro si piange (disperandosi). Il tutto avviene in maniera sufficientemente equilibrata e anche quando le vicende sembrano tendere pericolosamente più verso uno dei due poli, la buona scrittura di Virzì (e di Francesca Archibugi, che ha collaborato con il suo stimato collega oltre che caro amico) tende a riportare tutto in carreggiata.

La Pazza Gioia mette in scena la malattia mentale, senza però fare un film di denuncia esplicita sulle condizioni in cui versano le tante strutture italiane che quotidianamente devono fare i conti con burocrazie inefficienti e fondi che mancano. Lascia questo discorso in sottofondo (non era questo il contesto giusto) e si concentra solo sulle due protagoniste. Micaela Ramazzotti mette in atto la sua ennesima trasformazione, regalandoci una Donatella che porta sulle spalle (e sul corpo) tutta la cattiveria ricevuta dal mondo. E’ una donna che, però, non ha smesso di lottare, che riconosce i suoi problemi, ma che sa perfettamente qual è la causa del suo dolore: quel figlio che le è stato strappato a cui lei vuole solo chiedere perdono.
Dall’altro lato c’è la Beatrice di Valeria Bruni Tedeschi. Eterea, l’attrice si muove sulla scena non solo conservando quella classe che le è propria, ma dando vita ad uno dei personaggi più belli che si siano visti nel cinema italiano degli ultimi anni. Senza peli sulla lingua, Beatrice dice tutto quello che pensa: quasi fa invidia la sua schiettezza, il suo umorismo, la sua voglia di vivere, il suo essere sopra le righe (la scena del pranzo durante il quale indossa il suo abito da sposa ne è esempio lampante). Nel mondo che la sua follia ha creato, Beatrice è regina incontrastata, come la Blanche Dubois di Un tram chiamato desiderio, a cui esplicitamente si ispira. Ottima la resa che la Tedeschi ne fa sullo schermo, riconfermando – anche se non necessario – la sua bravura. Unica pecca (di cui ne risente tutta l’opera finale): concentrarsi di più su Donatella raccontandone i trascorsi anche con flashback e trattare in maniera piuttosto sommaria la storia di Beatrice (che, diciamolo francamente, è la colonna portante di tutto il film).

L’alchimia tra Donatella e Beatrice è l’alchimia tra Micaela e Valeria: novelle Thelma e Louise (accostamento inevitabile, anche se non voluto da Virzì) tra le strade di una calda Versilia, che reciprocamente si proteggono da un mondo malato che le ha emarginate. Solidarietà femminile che passa anche dall’esibizione della loro malattia, delle loro debolezze, che sono, contemporaneamente, i loro punti di forza. Senza essere dipinte come casi umani ricorrendo ad uno stucchevole pietismo. La Pazza Gioia è ciò che suggerisce il titolo: il cercare, senza ostinarsi, di affrontare i momenti bui della vita con leggerezza e allegria. Come se, per un momento, ci stessimo dimenticando del nostro Super-io.

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Augusto D'Amante

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