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Salvatore Striano, Shakespeare è stato la mia rinascita

Salvatore Striano, Shakespeare è stato la mia rinascita

A sette anni vendeva sigarette agli angoli delle strade nei Quartieri Spagnoli, a nove rubava nei centri commerciali, a quattordici anni il suo destino criminale era già segnato e legato al nome di un gruppo di malviventi, le Teste Matte. Oggi racconta la sua rinascita, ma a portarlo fino a qui è stata una “una tempesta terribile di carcere, di sofferenza, di dolore, di malavita, di disaggregazione”. Salvatore Striano è un ex detenuto, oggi è al suo secondo romanzo dopo Teste matte e fa anche l’attore, la consacrazione è arrivata con Cesare deve morire dei fratelli Taviani, poi Gomorra di Matteo Garrone che lo avrebbe voluto anche in Reality, se non fosse stato impegnato su un altro set.
La tempesta di Sasà (in libreria per Chiarelettere) è la sua redenzione, sono gli anni nel carcere spagnolo di Valdemoro a Madrid prima e a Rebibbia poi, è il suo incontro salvifico con Shakespeare, quello che lo avrebbe portato al teatro prima con la compagnia del maestro Fabio Cavalli e poi al cinema. “La cultura è la materia prima del nostro paese, ma noi italiani non sappiamo usarla affatto”, mi dice quando lo raggiungo al telefono.
È molto legato a La tempesta, ma anche a Macbeth, Amleto e Romeo e Giulietta. Perché? “Perché queste storie mi permettono di parlare alla mia gente, in particolare alla gente del Sud”, spiega.
Il prossimo anno lo vedremo di nuovo al cinema: “Scriverò la sceneggiatura di Teste Matte e ho finito di girare un film con Stefano Incerti sulla mia vita, il titolo provvisorio è ‘All’improvviso ho scoperto la felicità’”.
La sua vita è diventata un film, ma precisa ironico “non lo è”.

Prima la malavita, poi l’incontro con Shakespeare…
Il primo testo che lessi di Shakespeare fu proprio ‘La Tempesta’; lo incontrai in carcere, me lo aveva suggerito il maestro di teatro di allora, Fabio Cavalli, che poi ci avrebbe proposto di fare lo spettacolo. Si parlava di vendetta, di perdono e di verità, toccava da vicino la vita di noi detenuti; ci riguardava in modo particolare e così cominciai a leggerlo con sempre maggiore interesse. Quel testo mi ha messo in crisi e nello stesso tempo mi ha fatto appassionare e incuriosire ai libri, mi sono affacciato in biblioteca e ho cercato di capire cosa mi stesse succedendo e dove mi trovavo. In quel momento ho capito che la mia vita non era segnata, ma da disegnare.

Hai sempre detto che il Bardo ti ha salvato. In che senso?
Mi ha insegnato a vedere che a Napoli ci sono tantissimi Amleto che si risvegliano con i padri uccisi e che non sanno se dovranno vendicarli o se aspettarsi invece di rimanere vittime di attacchi a loro volta, tanti Giulietta e Romeo, ragazzi che non possono amarsi perché appartenenti a clan rivali; Shakespeare mi ha fatto conoscere anche tantissimi Macbeth, persone divorate dalla brama di potere che un giorno dovranno fare i conti con quello che hanno creato perché il male che crei ti si rivolta sempre contro.

Rispetto a Teste matte, che racconto è stato invece La tempesta di Sasà?
Teste matte è un grido di dolore, è la sconfitta e il male, mentre questo è un atto dovuto, è un libro salvifico, è la resa dei conti ma anche il cambiamento di un uomo dei suoi modi e del suo linguaggio attraverso la scoperta dei libri. Mi sono dato tempi e modi diversi rispetto a quelli di teste matte, ho cambiato registro e avevo tutto nel cuore e nella testa: ci ho impiegato sei mesi a scriverlo, non è stato difficile metter tutto nero su bianco.

Ti chiedi mai come sarebbe andata se nella tua vita non ci fosse stato questo incontro?
Non lo so avrebbe potuto prendere qualsiasi strada e nessuna probabilmente buona senza quei libri. La cultura mi ha rimesso al mondo e senza forse avrei continuato a fare il cane mangia cane e a lottare in quella giungla criminale.

Qual è stato il momento in cui hai deciso di dire basta? Lo ricordi?
Quando lessi una battuta di Donna Amalia di De Filippo in Napoli Milionaria, che recita: “Io ho fatto quello che hanno fatto tutti quanti gli altri, niente di più e niente di meno”. Avevo appena perso mia madre, mi sentivo in colpa per non averla potuta salutare un’ultima volta e non sapevo come avvicinarmi al suo spirito. Lo feci attraverso Donna Amalia, capii leggendo quella frase, che avevo bisogno di leggere perché mi stavo condannando troppo: avevo tante colpe ma non tutte.

Come convivi con l’immagine di quello che sei stato?
La uso per dire ai giovani di non emularla, di non sceglierla e la porto come testimonianza in giro per le carceri.

A proposito di carcere, che esperienza è stata?
C’è da fare tanto e tutto. Per come sono ora le carceri italiane andrebbero chiuse, su 77mila detenuti solo in 6700 abbiano accesso a questo tipo di attività culturali; significa che il resto rimane in quella giungla, in quel supermercato del crimine ad addestrarsi e a nutrirsi di storie assurde.

La cultura come antidoto?
E l’unico strumento all’interno del carcere in grado di aiutare le persone a redimersi, non ne vedo altri, altrimenti qualcuno mi dica quale alternativa possa valere.
L’esperienza ci insegna che la repressione e la punizione non hanno funzionato, anzi le persone sorvegliate e punite si incattiviscono e si imbastardiscono ancora di più. Poi il tempo scade e non possiamo fermarlo: una volta scaduta la condanna chi ha ricevuto qualcosa di buono dentro potrà farne tesoro anche fuori, mentre chi ha avuto violenza e cattiveria, porterà fuori violenza e cattiveria. E’ una conseguenza inevitabile, è la materia umana che va così.
Ma la cultura andrebbe portata anche ai politici, se facessero più laboratori teatrali forse farebbero meno danni e avremmo rappresentanti più degni; sono persone di bassa cultura a volte senza titoli di studio.

L’amore per il teatro ti ha portato al cinema. Che incontro è stato invece quello con la settima arte?
Sono luci pericolose gestite da grandi maestri: Taviani, Garrone, Celestini, Incerti, tutti quelli che mi hanno diretto. A differenza del teatro però che è molto più umile e più schivo il cinema rischia di crearti delle illusioni e di riportarti alla perdizione.
Sul palcoscenico sei nudo davanti al tuo pubblico: vedi gli occhi, senti la gente e capisci cosa sei e quello che stai facendo, al cinema invece non sei ma tu, perché quello che reciti viene montato e costruito in un secondo momento.

Il tuo prossimo libro?
Non ci penso ancora, ma posso dire che se La tempesta di Sasà finisce con la mia uscita dal carcere, il terzo romanzo potrebbe chiamarsi La mia giustizia, voglio far conoscere la storia di persone che giustizia non ne hanno avuta.
Da quando sono uscito dal carcere sono successe tante cose, sono passato dall’altra parte e ho scoperto che da quest’altra parte c’è poca umanità, molte porte chiuse e tanta indifferenza.

About the author
Elisabetta Bartucca

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