LOGO
,

Stonewall: la versione di Emmerich

Stonewall: la versione di Emmerich

Piccola deviazione dalla sua filmografia, mentre aspettiamo Independence Day – Rigenerazione, Roland Emmerich porta sugli schermi le rivolte dello Stonewall Inn, che hanno dato il via ai movimenti di liberazione Lgbtq alla fine degli anni Sessanta. Stonewall arriva nelle nostre sale il prossimo 5 maggio.

2stelle

Roland Emmerich di disastri (che siano naturali o causati da una forza aliena) se ne intende. Questa volta, però, il disastro non è il tema portante del suo ultimo film, Stonewall, ma è il film stesso. Fine giugno 1969: lo Stonewall Inn di Christopher Street a New York diventa il luogo simbolo dei movimenti di liberazione Lgbtq. Qualche giorno dopo la morte di Judy Garland, centinaia di gay, trans e drag queen sfidano la polizia della Grande Mela a colpi di bottiglie e mattoni: la lunga battaglia per vedere riconosciuti i diritti della comunità Lgbtq ha inizio e, ogni anno, durante il mese di giugno, si ricorda l’evento con i vari Gay Pride.
Se il presidente USA Barack Obama ha deciso di trasformare lo Stonewall Inn (che è ancora in attività a New York dopo una pausa di qualche anno) nel primo monumento nazionale per i diritti Lgbtq, Emmerich porta in sala la sua versione dei moti di Stonewall.

Flop negli Stati Uniti, criticato e boicottato dalle associazioni omosessuali, Stonewall rappresenta una piccola deviazione nella filmografia del regista (dopo Anonymous del 2011). Da sempre interessato ad una visione quanto più globale possibile, questa volta la cinematografia di Emmerich sembra soffrire di una forte claustrofobia, rappresentata da quella Christopher Street completamente ricostruita a Montréal. Al centro della vicenda vi è un giovane ragazzo dell’Indiana, Danny (Jeremy Irvine), cacciato dalla sua famiglia perché gay e finito nella Grande Mela. Qui incontrerà Ray Castro (Jonny Beauchamp) e il suo gruppo di amici marchettari, ma soprattutto inizierà a frequentare il mitico Stonewall Inn.

La storia del ragazzo di campagna cacciato di casa perché gay e che arriva nella metropoli è quanto di più trito e ritrito ci possa essere nella filmografia dedicata al mondo omosessuale e transessuale: tutto si è detto e tutto si è visto a proposito, ed Emmerich, di sicuro, non aggiunge altro. Anzi, in 129 minuti di film, non fa altro che appesantire la pellicola con dialoghi scadenti, ricchi di banalità, frasi ad effetto e un melodramma che non aveva ragione d’essere. L’unico merito che Stonewall ha, è quello di scavare un po’ più a fondo sulle cause dei moti rispetto all’omonimo film diretto da Nigel Finch nel 1995. La versione di Emmerich tende a considerare la complessità della vicenda in ogni suo aspetto (dai soprusi della polizia agli interessi della mafia nella gestione dei locali gay dell’epoca, dalle discriminazioni di cui erano vittime gli omosessuali fino a quel sentimento di tristezza causato dalla morte di Judy Garland), ma oltre non riesce ad andare. Non sono d’aiuto nemmeno le interpretazioni degli attori: Jeremy Irvine satura di fascino maschile il suo personaggio, del quale, però, non si riesce a cogliere il processo di trasformazione da timido ragazzo di campagna a fervente attivista, Jonny Beauchamp riempie di cliché il suo Ray, mentre ancora ci si chiede quale sia il ruolo di Jonathan Rhys Meyers (che interpreta il ricco Trevor) ai fini non solo della storia, ma anche del prodotto finito.

Il melodramma, il sentimentalismo, la fiction prendono il sopravvento: perché inventare di sana pianta quando i moti di Stonewall presentano già al loro interno elementi che sono entrati nel mito? Contestare a Stonewall i tanti errori storici sarebbe inutile, perché il problema sta alla radice: non era necessario costruire un nuovo mito nel mito, ma rappresentare la storia originale così come si è svolta quella notte. Con una Sylvia Rivera che lancia una bottiglia contro i poliziotti. Anche per dare dignità e riconoscimento a quei volti e a quei nomi a cui il movimento Lgbtq deve tanto, se non tutto. E proprio dove ci aspettiamo che la grandezza di Emmerich riempia la nostra visione – la scena dei moti – anche lì tutto passa in sordina, senza trasporto e dura quanto il lancio di un mattone contro una vetrata. Agghiaccianti la CGI del finale e le musiche di Rob Simonsen.
Stonewall è uno spreco di energie, tempo e soldi (anche se ad Emmerich, effettivamente, è stato dato un budget davvero irrisorio per la produzione del film) che non servirà a riaccendere le luci su un avvenimento storico così importante. A tale scopo, invece, sarà più utile partecipare al prossimo Gay Pride.

About the author
Augusto D'Amante

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top