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I settant’anni di Sciuscià di Vittorio De Sica

I settant’anni di Sciuscià di Vittorio De Sica

L’Italia era un Paese libero da un anno e nei cinema del nostro Paese usciva uno dei capolavori del Neorealismo: Sciuscià. Era il 27 aprile 1946 e Vittorio De Sica metteva la sua firma ad una delle opere cinematografiche più esemplari di quella “molteplice scoperta delle diverse Italie” (come Italo Calvino definì il Neorealismo nell’introduzione a Il sentiero dei nidi di ragno del 1947).
All’epoca il film non registrò un successo di pubblico in Italia, anzi, in molti lo criticarono. Dopo la presentazione al cinema Odeon di Milano, De Sica fu apostrofato da un uomo che aveva assistito, con la famiglia, alla proiezione: “Si vergogni di fare film come questi. Che diranno di noi all’estero? I panni sporchi si lavano in casa“. Sentimento, questo, che è tornato più volte davanti ai film neorealisti. Quando uscì Umberto D., nel 1952, diretto dallo stesso De Sica, l’allora sottosegretario allo spettacolo, Giulio Andreotti, affermò: “Se è vero che il male si può combattere anche mettendone duramente a nudo gli aspetti più crudi, è pur vero che se nel mondo si sarà indotti – erroneamente – a ritenere che quella di ‘Umberto D.’ è l’Italia del secolo ventesimo, De Sica avrà reso un pessimo servigio alla sua patria“.

Contrariamente alle ansie dei politici o di molti italiani, Sciuscià all’estero fu osannato. E’ grazie a questo film che nel 1948 fu introdotto il Premio Oscar al Miglior Film Straniero (che fino al 1957 era considerato prima un premio speciale, poi onorario). Successivamente il lungometraggio di De Sica fu inserito all’interno della lista dei 100 film italiani da salvare, comprendente tutte quelle pellicole che hanno “contribuito a cambiare la memoria collettiva del Paese” tra il 1942 (con Quattro passi tra le nuvole di Alessandro Blasetti) e il 1978 (con L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi).

Scritto da Sergio Amidei, Adolfo Franci, Cesare Giulio Viola e Cesare Zavattini, Sciuscià racconta la storia di Pasquale (Franco Interlenghi, scomparso lo scorso anno) e Giuseppe (Rinaldo Smordoni), due lustrascarpe (il titolo è la storpiatura dell’inglese shoe-shine) che lavorano sui marciapiedi di Via Veneto a Roma. Appena possono corrono a Villa Borghese per affittare Bersagliere, un cavallo bianco che cavalcano insieme e che poi riusciranno a comprare. Coinvolti in un furto ai danni di una chiromante, i due vengono condotti in un carcere minorile e sistemati in due celle diverse. Con l’inganno, il direttore del carcere fa capire a Pasquale che Giuseppe verrà frustato se non rivelerà i nomi dei complici: il bambino cade nella trappola e racconta tutto. Scoperto il “tradimento”, Giuseppe decide di vendicarsi: con il suo compagno di cella organizza una fuga, ma gli eventi precipitano e i due si ritroveranno su un ponte dove vendetta, dolore e disperazione avranno la meglio.

La miseria e la guerra, unite alla psicologia dei due protagonisti, fanno di Sciuscià il più realista dei film del Neorealismo. I due bambini conoscono un mondo fatto di violenza, soprusi e crudeltà: De Sica, però, non cede al sentimentalismo o al buonismo, ma nemmeno si distacca dalla storia che racconta. Lineare, semplice e per niente allusivo, Sciuscià scorre mostrandoci uno dei tanti aspetti dell’Italia dell’epoca, raccontandoci una delle tante storie di un Paese che sta provando a risorgere dalle sue macerie. Ben diviso in due parti, la pellicola mette in campo le due poetiche dei suoi due autori principali. La prima parte, quella che ha come ambientazione le strade di Roma, è l’apoteosi dell’estetica di Zavattini, con i suoi pedinamenti ad altezza di bambino. Nella seconda parte, invece, è De Sica ad avere la meglio: il destino diventa padrone e con lui emergono l’impossibilità di redenzione e la tragica crudeltà del fato (quella stessa poetica che si respirerà poi in Ladri di biciclette, del 1948, il secondo Oscar per De Sica).

Sciuscià ha rappresentato una svolta per il cinema neorealista italiano: dopo la nascita con Ossessione (1943) di Luchino Visconti e la risonanza a livello internazionale con Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini, il film di De Sica, seguito da Paisà (che Rossellini portò nei cinema nel dicembre del ’46), fu l’impulso per la produzione senza sosta di nuove pellicole neorealiste, fino a quando, negli anni Cinquanta, non si aprirono le porte ad una nuova, fiorente stagione del nostro cinema: la commedia all’italiana.

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Augusto D'Amante

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