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Lui è tornato: quando Hitler diventa pop

Lui è tornato: quando Hitler diventa pop

Dal romanzo omonimo di Timur Vermes, arriva in Italia Lui è tornato, commedia grottesca di David Wnendt che racconta il ritorno di uno dei personaggi più sinistri della nostra Storia: Adolf Hitler. Caso cinematografico dell’anno in Germania, la pellicola è disponibile in streaming su Netflix Italia dai primi di aprile e sarà nelle sale del nostro Paese per una proiezione evento di tre giorni.

3stelle

Cosa succederebbe se Hitler tornasse? Riuscirebbe a destreggiarsi nella società multimediale che noi viviamo? Timur Vermes, nel 2013, si è posto questa domanda e la risposta è contenuta nel libro Lui è tornato (edito in Italia da Bompiani), dal quale David Wnendt ha tratto l’omonimo film diventato, in Germania, il caso cinematografico dell’anno. Dallo scorso 9 aprile la pellicola è disponibile su Netflix Italia e dal 26 al 28 aprile sarà proiettato nei nostri cinema con la distribuzione di Nexo Digital (qui per scoprire le sale).

Estate 2014. Tra i cespugli di un cortile si materializza Adolf Hitler (interpretato da Oliver Masucci). Sporco, con la divisa bruciacchiata, Hitler inizia a muoversi in una Berlino a lui irriconoscibile. E se davanti alla Porta di Brandeburgo alcuni lo considerano uno scherzo di pessimo gusto, in molti gli vanno incontro per uno storico selfie (eh sì, ci sono anche dei nostalgici del fascismo italiano con tanto di braccio alzato). Una riuscitissima imitazione? Sta di fatto che incontrando le persone comuni, accompagnato dal giovane cameraman Fabian Sawatzki (Fabian Busch), Hitler trova quel terreno favorevole alle sue idee, tanto da conquistare anche la tv e YouTube e da scrivere il suo secondo libro, una sorta di Mein Kampf dei giorni nostri.

La provocazione di Wnendt (e di Vermes prima di lui) sta proprio nel dimostrare come la Germania di oggi non sia del tutto diversa da quella del primo dopoguerra: stretta tra crisi economica, una classe politica discutibile (Hitler definisce la Merkel “una donna tozza che infonde lo stesso ottimismo di un salice piangente“), attentati terroristici e l’immigrazione, lo spettro del populismo si aggira tra le strade tedesche – ma possiamo tranquillamente allargare il nostro spazio all’Europa intera – e assurge a punto di vista rispettabile (“A causa di quella macchia del passato, uno non può nemmeno più dire quello che pensa. Ti danno subito del razzista“, dice la proprietaria di un chiosco) quando in realtà è solo un pericoloso retrocedere verso i gravi errori del passato. E’ l’importanza della memoria il messaggio che Lui è tornato vuole lanciare e a sottolinearlo è una delle scene più emotivamente forti della pellicola, quando Hitler incontra un’anziana donna costretta sulla sedia a rotelle e afflitta da demenza senile. Al solo sentire la sua voce, la donna lo riconosce e lo affronta: “Sei tale e quale ad allora e dici le stesse cose di allora. Anche all’epoca, all’inizio, ridevano di te. Io so bene chi sei, non l’ho dimenticato!“.

Populismo e odio alimentati dai mezzi di comunicazione di massa, prima fra tutti la televisione, quello “straordinario strumento di propaganda” che affascina tanto il Führer, ma che è popolato di cuochi, programmi pseudo-satirici che sugli stereotipi basano la loro fortuna e che considera sin da subito il suo ritorno come un business da non farsi scappare, in barba al comune senso del pudore.
Hitler diventa pop in un modo così grottesco da far venire i brividi ed è proprio in questa visione del regista che la provocazione riesce alla perfezione.

Lui è tornato si muove sul doppio binario del racconto grottesco (alternato a scene da candid camera) e la denuncia sociale. E proprio qui sta il principale difetto del film: ad un certo punto si ha quasi l’impressione che il regista non riesca a tenere sotto controllo il crescendo delle situazioni surreali, che qualcosa gli sfugga, e si passa in maniera repentina alla critica sociale, senza soluzioni di continuità, tanto da provocare un certo spaesamento nello spettatore. Tuttavia la pellicola di Wnendt trova un certo equilibrio grazie all’interpretazione del suo protagonista: Oliver Masucci riesce magnificamente a somigliare al Führer non solo a livello fisico, ma anche nei gesti, nel suo modo parlare e di presentarsi in scena. Di contorno ci sono tutta una serie di personaggi sì funzionali all’intera storia, ma principalmente spalle su cui può contare il personaggio di Masucci.

Altra scena memorabile è quella in cui il film cambia registro, verso il finale. Sawatzki e Hitler sono in cima ad un palazzo: il cameraman spara al Führer che cade nel vuoto. Ma quando il giovane si affaccia, ecco che Hitler gli compare alle spalle: “Non puoi uccidermi. Perché una parte di me è in tutti voi!“. Spiazzante, attuale, agghiacciante. Lui è tornato, quindi. Ma siamo davvero sicuri che se ne sia veramente andato?

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Augusto D'Amante

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