LOGO
,

Truman: Javier Camara, “Tra venti anni voglio essere Ricardo Darin”

Truman: Javier Camara, “Tra venti anni voglio essere Ricardo Darin”

No, non è a Truman Capote che dobbiamo pensare leggendo il titolo di questo film: il Truman chiamato in causa questa volta scodinzola, segue in silenzio il suo padrone e ammicca. È un cane ed è uno dei personaggi del film, morto purtroppo per lesmaniosi quattro mesi dopo le riprese; il suo vero nome era Troilo, che poi è il nome di un grande musicista argentino, e quando Ricardo Darin, protagonista di Truman e argentino anche lui, venne a saperlo, cercò per due settimane di convincere il regista a cambiare il titolo in Troilo. Ma a Cesc Gay piaceva Truman, e non se ne fece nulla.
Nel frattempo in Spagna è diventato il caso cinematografico dell’anno, aggiudicandosi ben 5 Premi Goya: “Non ne capiamo ancora il perché”, scherza Javier Camara, vulcanico come sempre, l’altro straordinario elemento di questo improbabile trio. “Truman è un film su noi uomini e sulla difficoltà a esprimere ciò che proviamo, è una radiografia di quanto siamo incapaci a parlare della nostra fragilità. – spiega Gay – Se i protagonisti fossero state delle donne si sarebbe trattato di un film diverso”.
Ma è soprattutto la storia di un addio senza il filtro edulcorato delle scene madri, l’addio di Julian (Darin), attore argentino malato di cancro, solitario ‘seduttore’ che in compagnia dell’inseparabile cane Truman cerca di organizzare il proprio commiato dalla vita. Ad accompagnarlo verso la fine un amico di lunga data, Tomas (Camara), arrivato dal Canada.
La forza di Truman risiede nella semplicità disarmante della vita stessa, comica, tragica e buffa al tempo stesso.

La genesi di questo film ha tra i pregi la schiettezza e la sincerità
Cesc Gay: Sfortunatamente anche io, come succede a Tomas, ho avuto l’esperienza di accompagnare una persona a me molto vicina nello stesso tipo di percorso. In questo periodo di accompagnamento verso la morte mi sono ritrovato a scrivere un diario senza sapere perché: mi sono detto che mi sarebbe servito per fare ordinare tra le cose che sentivo. Ci sono tornato su dopo aver girato “Una pistola en cada mano” e mi sono messo a scrivere, quando ormai avevo elaborato una certa distanza dal lutto.

L’affiatamento con Darin è evidente. Avete vinto moltissimi premi; ai Goya Truman ha trionfato.
C. G.: Con Javier ci conoscevamo già, avevamo fatto tre film ed eravamo amici mentre con Darin, pur avendo lavorato insieme in un’ altra occasione, non avevamo avuto l’occasione di conoscerci bene. Ricardo e Javier non si conoscevano affatto, ma noi registi lavoriamo spesso per intuizioni e il mio intuito mi diceva che insieme avrebbero funzionato e che ognuno sarebbe stato perfetto per il proprio personaggio. Javier ci preparava ogni mattina la colazione e ci mettevamo a lavorare e capivamo cosa c’era da fare, capivamo soprattutto l’equilibrio tra tristezza e humour di questa storia: a partire da quel momento non mi hanno più prestato attenzione e ognuno ha fatto come meglio credeva!
Javier Cámara: Per me è stato un miracolo. Ricardo Darin non è solo un simbolo per l’Argentina, ma lo è per tutto il mondo ispanico, ha un’empatia incredibile: volevo lavorare con lui per scoprirne il mistero. Sul set abbiamo pianto e riso moltissimo, come ragazzini. Darin è molto generoso, è l’umiltà in persona e tutti vorrebbero diventare un attore come lui: tra vent’anni voglio essere Ricardo Darin!
Per noi è come  Silvio Orlano o Toni Servillo, che per me sono bravissimi. È stato bellissimo scoprirlo, guardarlo lavorare a pochi metri di distanza, è stata una grande università.

Truman parla anche di eutanasia, anche se per poco.
C. G.: Quando le cose arrivano al punto finale ognuno deve avere la libertà di scegliere cosa fare: come si è liberi di vivere, così si dovrebbe essere liberi di morire. Abbiamo parlato molto di questo, anche se il discorso sull’eutanasia è circoscritto solo ad una scena e alla fine non sapremo cosa deciderà di fare il protagonista.

Il fil rouge del film è il cane. Cosa vuol dire averlo inserito nella storia e poi addirittura nel titolo?
C. G.: All’inizio il cane non c’era, è comparso in fase di stesura della sceneggiatura. La sua figura serve a rompere il connubio tra Javier e Ricardo, crea un trio che aggiunge molto al film a dà azione al personaggio solitario di Ricardo. Poi è cresciuto fino a diventare protagonista del film e alla fine ci è sembrata una buona idea inserire la sua immagine e il suo nome nel titolo e nella locandina, per accentuare l’idea della commedia levando un po’ di gravità a una presentazione incentrata solo sulle due figure di Julian e Tomas.

Come ha costruito un personaggio che inizia l’elaborazione del lutto in vita?
J. C.: Quando ho letto la sceneggiatura ho chiesto a Cesc: “Ma questo personaggio non ha un conflitto, finisce tutto con la prima scena. Cosa succede dopo?” E lui mi ha detto: “La chiave è nella sua volontà di fuggire. Il tuo conflitto non è con lui, ma sta nel fatto che tu vuoi scappare, andartene a gambe levate e tornare dalla tua famiglia perché non vuoi restare lì. E mi è servito moltissimo guardarlo, stare in silenzio e accompagnarlo: in fondo non sono altro che gli occhi dello spettatore.

È vero, come si dice, che per gli attori lavorare con cani e bambini è difficilissimo?
J. C.: È stato più complicato lavorare con Darin! Il ritmo del cane è stato fondamentale per il film e la relazione con Ricardo fantastica, era lui il suo padrone sul set. E poi è un grande amante dei cani, ne ha quattro in Argentina e gli mancavano tanto; ci parlava addirittura su Skype come con la moglie e i figli.

Il titolo del film fa inevitabilmente pensare a Truman Capote. È così?
C. G.: Quando stavamo a casa di Ricardo c’era una foto di Truman Capote e quindi  l’idea originaria viene da lì.

About the author
Elisabetta Bartucca

Leave your comment


         




Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Back to Top