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Mistress America: Il sorriso amaro della generazione Y

Mistress America: Il sorriso amaro della generazione Y

L’ultimo ritratto di Noah Baumbach, regista di Frances Ha e dello Stravagante Mondo di Greenberg, ha per protagoniste Greta Gerwig e Lola Kirke. Mistress America era stato presentato alla scorsa edizione della Festa del Cinema di Roma.
3stelle

Due ragazze, due generazioni diverse, la x e la y, un unico senso di incompletezza, di incomunicabilità, e un’amicizia che va oltre tutto questo. Sembra la summa del cinema di Noah Baumbach invece è solo l’ultimo dei suoi ritratti. Si intitola Mistress America, è stato presentato nella selezione ufficiale della Festa del Cinema di Roma e la protagonista è Greta Gerwig, musa e compagna del regista che insieme a lei, nel 2012, mise la firma sul delizioso Frances Ha. L’accoppiata ritorna dunque per raccontare dello strano rapporto tra Brooke (Gerwig), trentenne dalle mille idee che per una ragione o per un’altra restano sempre sulla carta, e Tracy (la Lola Kirke di Mozart in the Jungle), matricola universitaria e aspirante scrittrice che non riesce a rompere il ghiaccio con New York e con quei sogni che non vuole abbandonare in un cassetto. A legarle è una parentela prossima ventura, il matrimonio tra il padre di Brooke e la madre di Tracy, ma presto il filo rosso evolverà in un sentimento sincero e le due sorellastre in pectore diventeranno sorelle, esponendosi a quel vortice di complicità e incomprensioni che questo comporta.

Lo stile di Baumbach emerge fin da subito, fatto di scene brevi e sincopate, alternate a passaggi più lunghi, come quello brillante e ansioso della villa nel sobborgo da ricchi. Ma un taglio così riconoscibile, che potrebbe quasi nascondere i personaggi, finisce invece per esaltarli. Perché sono proprio i personaggi l’essenza del cinema del regista di Brooklyn che prima fu complice nel creare alcuni dei mondi più stravaganti di Wes Anderson (Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Fantastic Mr. Fox) e che ora si candida al ruolo di novello Woody Allen, nel raccontare le ansie e le manie, i sorrisi e le amarezze di una o più generazioni.

Dal canto suo la Gerwig è la perfetta incarnazione dello sforzo creativo del regista. Il ruolo è stato scritto da e per lei ma c’è sicuramente qualcosa di più oltre la brillantezza, oltre quei discorsi spezzati, fitti d’intercalari. Il suo volto imperfetto, l’aspetto lontano dal glamour hollywoodiano, regalano al personaggio la vibrazione del reale, mentre Lola Kirke, con quei capelli che spesso le coprono la faccia e l’espressione a volte ottusa e sognante, a volte lucida e cinica, restituisce allo spettatore l’idea di una gioventù che sente l’impulso di mangiare il mondo ma che non sa bene come fare. Qua entra in gioco anche la sintonia con la più grande Brooke, perché Mistress America, come anche altri film di Baumbach, racconta di due generazioni che sembrano girare a vuoto, costrette a incanalare la loro creatività in una presenza ossessiva sui social media o in un qualche sforzo letterario destinato a restare lettera morta, costrette a venire a patti con una città che sembra aver occupato tutti gli spazi disponibili e che, per rifugiarsi a casa, ti concede solo di passare da una scala anti-incendio.

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Marcello Lembo

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