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Il Libro della Giungla: la formazione di un eroe

Il Libro della Giungla: la formazione di un eroe

Dopo i due Iron Man, Jon Favreau passa a dirigere il live-action di Il Libro della Giungla. In sala dal 14 aprile, il film racconta una storia semplice che trova un prezioso alleato nella CGI, così da regalarci uno straordinario viaggio sensoriale tra liane, alberi giganteschi e animali dai quali gli uomini hanno tanto da imparare.

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Usciti tra il 1893 e il 1894 su vari giornali e riviste, i racconti di Rudyard Kipling vennero raccolti in un unico libro nel 1895, con il titolo Il Libro della Giungla. Nel 1967, Walt Disney decise di trasformare nel suo diciannovesimo classico (l’ultimo che avrebbe personalmente seguito prima della sua morte) quel romanzo che avrebbe permesso al suo autore di ottenere il Premio Nobel per la Letteratura. A quarantanove anni dal film Disney, il regista Jon Favreau fa rivivere Mowgli, Bagheera, Shere Khan, Kaa e Baloo nella versione live-action in uscita il 14 aprile.
Parlare di live-action è piuttosto esagerato, considerato che l’unico attore è il piccolo Neel Sethi, ma indubbiamente lo splendido lavoro realizzato attraverso la CGI permette a questa versione di Il Libro della Giungla di accogliere gli entusiasmi di un pubblico nuovo. Gli amanti del film del 1967 la smettano di storcere la bocca: la bravura di Favreau & Co. sta nel trovare una giusta via di mezzo tra i cupi racconti di Kipling e l’esilarante e colorata trasposizione disneyana.

Mowgli è stato abbandonato nella Giungla e a trovarlo è stato Bagheera, una regale pantera nera, che lo affida ad un branco di lupi. Raksha e Akela si prendono cura del cucciolo d’uomo fino a quando non fa il suo ritorno Shere Khan, la temibile tigre che odia gli esseri umani. Per Mowgli arriva il momento di lasciare la Giungla ed unirsi alla sua specie, ma durante il suo viaggio, accompagnato da Bagheera, si imbatterà non solo nell’irriverente Baloo, ma anche in animali ostili e pericolosi, come il serpente Kaa e Re Louie, sovrano delle scimmie.

Distribuito anche in 3D, Il Libro della Giungla consente un viaggio sensoriale tra liane, alberi giganteschi e immense distese di terra anche nella versione normale, grazie all’animazione fotorealistica con la quale sono stati realizzati paesaggi e animali. Gli spazi ci vengono mostrati sia nella loro dimensione verticale (la sensazione di camminare sui rami dei possenti alberi insieme a Mowgli è stupenda) che in quella orizzontale. Ma è anche nella profondità del campo e negli ineccepibili effetti sonori che Il Libro della Giungla cattura i suoi spettatori. Gli animali sono resi in una maniera così realistica che raramente si è visto al cinema un effetto del genere e la bravura del doppiaggio (in questo caso parliamo del doppiaggio italiano) sta proprio nel caratterizzare ciascun personaggio con quel tono di voce che ci si aspettava: l’eleganza di Bagheera (con la voce di Toni Servillo), la simpatica cialtroneria di Baloo (Neri Marcorè), la possenza di King Louie (Giancarlo Magalli), la dolcezza di Rashka (Violante Placido) e la seduzione di Kaa (Giovanna Mezzogiorno).

Favreau decide di omaggiare il cartoon Disney con tanto di momenti musical – da Lo stretto indispensabile a Voglio essere come te – e scene identiche a quelle del cartoon (Baloo e Mowgli nel fiume), ma inserisce anche quella oscurità che caratterizzava i racconti di Kipling. E così l’incontro con Kaa si trasforma nella discesa agli Inferi dell’eroe Mowgli (in cerca di un suo posto nel mondo), che affronta il suo passato mentre l’enorme pitone cerca di divorarlo.
Un viaggio di formazione accompagnato da due figure paterne agli antipodi, Bagheera e Baloo, ma con la mente verso la madre adottiva, Raksha, e al suo branco.
Favreau mette la firma ad una favola che respira e trasuda amore per la natura da tutti i pori: dalla scena in cui viene spiegata la “tregua dell’acqua” (l’etica semplice e potente di cui si fanno portatori gli animali) allo splendido momento in cui Bagheera invita Mowgli ad inginocchiarsi davanti alla marcia degli elefanti, considerati le divinità che hanno creato la Giungla e, proprio per questo, sono gli unici animali a non avere voce.

Si potrebbe obiettare che la morale finale del film sia eccessivamente esposta ai soli due poli del bene e del male, ma a guardare con attenzione, in questa versione di Il Libro della Giungla c’è molto di più di una semplice dicotomia. La pellicola ci invita ad immedesimarci in Mowgli e ad assistere alla sua crescita con gli occhi di un bambino: solo in questo modo la profondità di un discorso apparentemente semplice potrà conquistarci con tutta la sua potenza.
Ad oggi, forse, si può anche azzardare nel dire che il film di Favreau risulta essere la migliore trasposizione in live-action di un classico dell’animazione e non stupisce nemmeno la decisione di realizzare un sequel, visto anche il finale molto aperto del film. E guai ad alzarsi dalle poltrone dopo la fine: anche i titoli di coda meritano tutto il costo del biglietto.

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Augusto D'Amante

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