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Mister Chocolat: Omar Sy tra maschera e storia

Mister Chocolat: Omar Sy tra maschera e storia

Il clown e l’augusto: due facce della stessa medaglia, diverse ma indissociabili. Cosi dirà Footit (James Thierrée) al suo futuro compagno di ‘clownerie’ Rafael Padilla, in arte Chocolat (Omar Sy), in uno dei loro primissimi incontri e prima di diventare la famosa coppia di clown nella Parigi della Belle Epoque. Rafael sarebbe diventato così il primo artista di colore ed oggi Mister Chocolat, film d’apertura del Rendez Vous Film Festival in sala dal 7 aprile, gli rende omaggio facendosi inevitabilmente portavoce di una questione razziale, oggi più che mai ancora aperta.
“Il film nasce dall’incontro tra cinema e storia; siamo partiti infatti dal lavoro di uno storico francese, Gérard Noiriel, che raccogliendo tutti gli articoli dell’epoca riuscì poi a scriverne un libro: noi ce ne siamo impadroniti per arrivare al film”, spiega il regista Roschdy Zem che si è ritrovato a mettere in scena un biopic capace, seppur con un andamento molto convenzionale, di restituire il senso di una vita eccezionale.
Cominciata mettendo in scena il cannibale nello scalcinato circo di Monsieur Delvaux, tra giocolieri, acrobati, lillipuziani, giganti e donne ‘cannone’, e proseguita a Le Nouveau Cirque di Parigi dove sperimenterà la gloria facendo da spalla comica a Footit e ingrassando di risate il pubblico bianco e borghese della Ville Lumiere, rassicurato dall’immagine di un nero sottomesso: “Sei quello che ogni sera si fa prendere a calci in culo da un bianco, fai ridere l’alta società. Ma un vero artista è colui che apre una breccia e dà un esempio”, gli farà notare l’haitiano compagno di prigione quando Chocolat finirà in carcere perché trovato senza documenti. Rafael non aveva un’identità, era nato da genitori schiavi nelle piantagioni di canna da zucchero a Cuba ed era stato poi venduto a un signorotto di Bilbao dal quale sarebbe fuggito all’età di 14 anni.
L’identità tentò di costruirsela da solo proprio in quella Parigi che lo aveva accettato alle proprie condizioni, quando riferendosi alle locandine di Toulouse-Lautrec che lo ritraevano con il volto di una scimmia, chiederà : “Ridate un volto umano al mio viso”.  Una presa di coscienza che nel film si concretizza nel tentativo di recitare Otello, una prova che però i francesi non gli perdoneranno: “Quella dell’Otello è una trovata che abbiamo inventato noi.  – racconta Zem – Sappiamo invece che Rafael aveva recitato in un’altra commedia, ma aveva grossi problemi di memoria. Voleva fare anche cinema, ci ha provato e riprovato ma non è mai riuscito a liberarsi dall’immagine clownesca a cui la gente si era abituata”.

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Elisabetta Bartucca

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