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Race – Il colore della vittoria: il mito di Jesse Owens

Race – Il colore della vittoria: il mito di Jesse Owens

Il regista Stephen Hopkins fa rivivere al cinema la leggenda di Jesse Owens, campione olimpionico che sfidò il Terzo Reich partecipando alle Olimpiadi di Berlino del 1936, dove vinse ben quattro medaglie d’oro. Ne viene fuori Race – Il colore della vittoria, film che preferisce mostrare l’eroe piuttosto che concentrarsi sull’uomo. In sala dal 31 marzo.

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La storia dello sport è fatta di personaggi che hanno fatto parlare di sé a lungo. Alcuni di questi sono entrati nella leggenda, non solo per aver stabilito record che per decenni sono rimasti imbattuti, ma anche per l’alto valore simbolico che avevano le loro imprese agonistiche. Tra questi, Jesse Owens è sicuramente l’atleta che più di tutti ha scritto le migliori pagine della storia dello sport e il regista Stephen Hopkins racconta la sua storia in Race – Il colore della vittoria, in sala dal 31 marzo.
Siamo nel 1936: a tre anni dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale, in Europa il regime nazista di Hitler vuole mostrarsi in tutta la sua potenza al resto del Mondo e lo fa usando lo sport, così Berlino diventa il fulcro delle Olimpiadi più discusse della storia. Gli Stati Uniti decidono, in un primo momento, di boicottare l’evento, ma ben presto il Comitato Olimpico Americano, grazie alla mediazione di Avery Brundage (nel film interpretato da Jeremy Irons), decide di partecipare ai giochi. Tra gli atleti che arrivano nella capitale del Reich vi è Jesse Owens (Stephan James), ventitreenne di colore originario di Cleveland. Un duro colpo per il regime nazista, soprattutto quando Owens vince ben quattro medaglie d’oro e stabilisce nuovi record mondiali.

Non nuovo al genere biopic (si veda Tu chiamami Peter del 2004, dedicato all’attore Peter Sellers), Hopkins porta al cinema una storia che, nel modo in cui viene raccontata, non va oltre al mito. Classico nella forma, focalizzato più sull’eroe che sull’uomo Owens, Race – Il colore della vittoria esalta, come giusto che sia, i valori dello sport, ma si dimentica di donare al suo pubblico dei personaggi in cui rispecchiarsi, cosa importante soprattutto per quei film che raccontano storie di uomini o donne realmente esistiti. E così Stephan James ci regala un Owens che è più una macchina da guerra, un corpo capace di sfrecciare con grazia e precisione sulle piste dello Stadio e che sin da subito è dipinto come un eroe, un punto di riferimento irraggiungibile. Nemmeno il rapporto che Owens stringe con il suo allenatore Larry Snyder (Jason Sudeikis) viene approfondito in quella chiave psicologica che potrebbe permettere al film di toccare ancora di più nel profondo le emozioni del suo pubblico. Sia chiaro, Race – Il colore della vittoria non lesina di emozionare (a volte anche in maniera piuttosto didascalica), ma il regista preferisce percorrere la strada del politically correct e non azzardare nella presentazione dei personaggi. Talmente corretto che il discorso sulla discriminazione che Owens subisce in madrepatria (l’atleta verrà invitato alla Casa Bianca ben quarant’anni dopo la sua partecipazione alle Olimpiadi di Berlino, nel 1976) viene relegato solo in alcune – e poche – scene del film e a ridosso dei titoli di coda, mentre grande spazio viene dato alla reazione dei rappresentanti del regime nazista dopo le vittorie dell’atleta, secondo la logica piuttosto elementare e noiosa del “noi siamo i buoni, loro i cattivi”.

Interessante, invece, l’importanza che nella vicenda il regista affida a Leni Riefenstahl (interpretata dalla Carice van Houten di Game of Thrones): a lei spetta in un primo momento il ruolo di mediatrice tra l’algido Goebbles e il focoso Brundage, per poi concentrarsi sul ruolo che la regista ha avuto nel realizzare il più grande film (e capolavoro) di propaganda che sia mai stato realizzato, Olympia, con la sua esaltazione dei corpi degli atleti (compreso quello di Owens). Se il merito di Race – Il colore della vittoria sta nel far rivivere una leggenda dello sport, la grande pecca sta nella decisione di Hopkins di muoversi più verso una struttura formale impeccabile che verso una certa sostanza.

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Augusto D'Amante

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