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Land of Mine: Una mina pronta ad esplodere

Land of Mine: Una mina pronta ad esplodere

Il regista Martin Zandvliet porta al cinema una pagina poco nota della Seconda Guerra Mondiale con Land of Mine. Grazie alle notevoli interpretazioni dei giovani attori, il film racconta la storia di un gruppo di soldati tedeschi prigionieri che devono recuperare le mine disseminate sulle coste danesi. In sala dal 24 marzo.

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Emotivamente toccante, Land of Mine è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma dal regista danese Martin Zandvliet in Selezione Ufficiale. La pellicola racconta una pagina poco nota della storia della Seconda Guerra Mondiale. Siamo in Danimarca alla fine del conflitto: i soldati tedeschi fatti prigionieri vengono mandati sulle coste del Paese per recuperare le mine antiuomo che l’esercito tedesco ha posizionato sotto la sabbia per fronteggiare l’invasione degli Alleati. Tra questi prigionieri vi è un gruppo di adolescenti che, guidati dal sergente Rasmussen (interpretato da Roland Møller), dovranno recuperare 45.000 mine.

Zandvliet ci racconta questo doloroso evento ricostruendo la tensione emotiva che la storia porta con sé. Una tensione che emana da ogni singola scena del film: si segue il periodo di addestramento dei ragazzi per poi arrivare in questa landa desolata a pochi metri dal mare, dove occorre fare ben attenzione a dove si mettono i piedi. Non si è spettatori passivi davanti alle immagini di questo film, ma si partecipa alle ansie dei protagonisti: basta la minima distrazione, il minimo movimento a fare si che la mina scoppi in tutta la sua potenza.
La pellicola di Zandvliet non vuole prendere le parti di nessuno: non si fa il tifo né per l’una né per l’altra fazione. Il regista vuole solo mostrarci l’orrore di una guerra che ha messo in ginocchio l’Europa. Come spettatori siamo chiamati ad osservare questo orrore, a viverlo con una tensione che cresce vertiginosamente. Anche le parti più “leggere” del film (come quella in cui Rasmussen gioca a calcio con i ragazzi) sottendono a qualcosa di più “pesante”: stiamo mettendo il piede nel posto sbagliato e tra poco la deflagrazione ci colpirà. Come le mine disseminate sotto la sabbia, anche noi spettatori non sappiamo il momento esatto in cui lo scoppio ci sorprenderà. E se siamo del parere che dopo la tempesta viene sempre un momento di quiete, Zandvliet non ci mette davanti nessuna eccezione. Lo scoppio sarà inevitabilmente seguito da un altro: non sappiamo quando accadrà, ma sentiamo solo crescere in noi una forte ansia, che è la stessa dei protagonisti.

Egregio il lavoro fatto con i giovani attori: nei loro occhi azzurri si percepisce tutta la loro tensione, tutto il loro impegno per portare sullo schermo personaggi che restituiscano l’orrore visto, vissuto e che stanno vivendo.
Dalla pellicola di Zandvliet vengono fuori anche i temi del rapporto tra “padre” e “figlio” (vedi le scene tra Rasmussen e uno dei soldati prigionieri) e del rapporto tra fratelli: la storia dei due gemelli è il momento più emotivo di un film che, di certo, non fa economia di emozioni, ma, anzi, ce le presenta in tutta la loro potenza, costringendoci a confrontarci con l’orrore della guerra.

Durante il suo intervento alla Festa del cinema di Roma, lo stesso Møller ha parlato del rapporto particolare che sul set si era creato con gli altri giovanissimi attori: “Sono tutti ragazzi, ed erano venuti a girare un film in un paese straniero, e così è finita che l’hanno presa come una vacanza – racconta – io al contrario ero nervoso, era il mio primo film da protagonista e sentivo che era la mia grande occasione. Quindi, non lo negherò, ci sono state delle incomprensioni sul set, delle urla. Ma mi sono reso conto che ero io a sbagliare. Mi sono scusato con loro e proprio dalle mie scuse ha cominciato a crearsi un rapporto diverso, più complice con loro, simile a quello che avete visto sullo schermo“.

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Augusto D'Amante

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