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Luchini: “Vi racconto la mia Corte e quella cena con Moretti”

Luchini: “Vi racconto la mia Corte e quella cena con Moretti”

I capelli bianchi che tradiscono le 65 primavere ma un piglio indomito, da mattatore dei palcoscenici. Quelli del teatro che calca con frequenza maniacale, e i set del cinema che continuano a dargli soddisfazioni e tributargli onori. Il più recente la Coppa Volpi all’ultimo festival di Venezia. Fabrice Luchini torna in Italia per presentare il nuovo film di cui è protagonista, La Corte di Christian Vincent, che a più di sei mesi dall’esordio in Laguna approda finalmente in sala.

Il film è ambientato quasi completamente in un’aula di tribunale. Che idea si è fatto dell’ambiente giudiziario?
Per studiare il ruolo sono andato ad assistere a un vero processo. Si trattava di un uomo che aveva strangolato l’amante. Io mi sono detto subito: quest’uomo è colpevole. Fortunatamente la Francia non la pensa come me ed è garantista, o almeno lo sono le sue istituzioni. E così quest’uomo ha avuto diritto a sette giorni per difendersi.

E come è andata a finire?
È stato ritenuto colpevole ma fosse stato per me lo avrei liquidato in 10 minuti ed in questi casi è meglio non cadere nel qualunquismo.

Che intende per qualunquismo?
Il qualunquismo è quello che è successo all’Italia con Berlusconi. È la riduzione e la spettacolarizzazione di un dibattito. L’illusione di dare risposte semplici a questioni complicate che è una tipica strategia dell’estrema destra. Tanto per dire, l’imputato era rumeno, la vittima no, e molti lo consideravano colpevole solo per questo. Certo fino a 20-30 anni fa la sinistra combatteva questa deriva, ma ora la sinistra è scomparsa e resta solo il popolismo.

Lei è perfetto nel ruolo del giudice, qual è il suo segreto?
Credo a quello che diceva Alfred Hitchcock. Ovvero che se l’attore è scelto bene i ruoli in pratica sono già interpretati. Quindi l’eventuale merito sarebbe del regista e non mio. Aggiungo che sono 45 anni che faccio questo mestiere. Se non lo sapessi fare bene sarebbe una catastrofe.

Il cinema francese continua a produrre tantissimi film, quello italiano, a parte poche eccezioni, sembra vivere un momento di stagnazione. In cosa sbagliamo secondo lei?
Sì, è vero in Francia facciamo 300 film l’anno. Ma non significa che ci siano 300 registi che abbiano un’intelligenza, un vissuto, una sensibilità tali da dire effettivamente qualcosa. Ieri sera ho cenato con Nanni Moretti che mi ha detto di invidiare il modo in cui lo Stato aiuta il cinema da noi, eppure un tempo l’Italia è stata grande nel cinema, eravate voi l’esempio da ammirare. Ma su tutto è calato il grande orrore televisivo che ha messo in ombra i vari Scola, Fellini Visconti e quelli che sono venuti dopo. Poi non so, o forse lo so. Quando è successo in Francia si è provato a prendere delle contromisure ma i due casi non sono comunque confrontabili.

A questo punto è impossibile non chiedere: com’è andata la cena con Moretti?
È stato fantastico. Lui è una celebrità in Francia. Cioè, almeno lo è sui giornali di sinistra, su quelli di destra un po’ meno. E poi si è presentato con i pantaloni di velluto a coste e una camicia leggermente scolorita, sembrava uno di quei professori rivoluzionari degli anni 80. E tutti lo salutavano e io salutavo tutti in risposta anche se molti si chiedevano chi fossi. Ma c’è una cosa che mi ha tormentato tutta la sera però.

Quale?
La gamba. Continuava a muoverla nervosamente sotto il tavolo. Tanto che mi sono chiesto: ma non è che preferiva starsene a casa piuttosto che cenare con un cretino francese? Ma sarà che le parole buone che aveva speso su La Corte e su di me erano solo dovute all’intercessione di qualche produttore, o qualche distributore?

Tornando a La Corte, quanto c’è di Simenon nel personaggio che interpreta?
Tanto. E confesso che questo film è stato fortemente voluto da un produttore, Mathieu Tarot, che è un grandissimo appassionato di Simenon. E quanto alle citazioni ovviamente il personaggio si chiama Racine, un omaggio al commediografo settecentesco.

Lei è un attore ma anche un umorista. Una riflessione sull’umorismo oggi?
Adesso l’umorismo è dappertutto. Siamo schiacciati dall’umorismo. È un linguaggio che vuole diventare doxa ma così diventa triste e meccanico e poi quando si istituzionalizza diventa autoritario e anche sinistro. L’umorismo dovrebbe essere la rottura di un impianto logico perché quello che aderisce al reale è morto, è conformista e borghese.

Per concludere: è vero che Hollande le ha chiesto lezioni di oratoria?
Tutto vero ma ho dovuto rispondere con sincerità. Ci vorrebbe troppo tempo. Quell’uomo parla in modo strano, quando inizia una frase non sai mai dove va a finire.

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Marcello Lembo

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