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Weekend: Passione, desiderio e amore

Weekend: Passione, desiderio e amore

Un incontro, la passione e il desiderio di trascorrere quanto più tempo possibile insieme. Prima di 45 anni, Andrew Haigh portava al cinema la storia di Russell e Glen, due ragazzi omosessuali che vivono insieme un intenso Weekend. Procedendo dai corpi ai sentimenti, Haigh racconta la potenza di un incontro e di tutto ciò che questo comporta. Nelle nostre sale dal 10 marzo.

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Dopo il successo di 45 anni, ecco che la filmografia di Andrew Haigh inizia a farsi conoscere nella distribuzione italiana. Ed è così che grazie a Teodora Film, dal 10 marzo farà il suo debutto in Italia, con un deprecabile ritardo, Weekend, il secondo lungometraggio del regista britannico datato 2011. Il film, quell’anno, ottenne un discreto successo in vari festival, soprattutto indipendenti, per poi arrivare anche alla Festa del Cinema di Roma, ma non fu mai distribuito nelle nostre sale. Con il suo linguaggio esplicito, sia a livello visivo che verbale, Weekend verrà proiettato in lingua originale con i sottotitoli in italiano, scelta perfetta per godere appieno delle intense interpretazioni degli attori (così da evitare quello che è successo con Carol: un’inutile appesantimento del film che, senza le voci originali di Rooney Mara e, soprattutto, di Cate Blanchett, non aveva senso alcuno).

Come succedeva anche per 45 anni (in Italia uscito lo scorso novembre, sempre con Teodora Film), al centro di Weekend c’è un percorso affrontato da una coppia verso la reciproca conoscenza. Se nel film con Charlotte Rampling questo percorso iniziava dopo decenni di matrimonio, qui il tutto è molto più immediato. Russell (Tom Cullen) e Glen (Chris New) si conoscono una sera in un locale gay. Finiscono a letto insieme e l’imbarazzo del giorno dopo viene totalmente messo da parte quando Glen tira fuori dalla giacca un registratore e intervista Russell sulla notte passata insieme. Il linguaggio dei due non conosce censure e scandalizzarsi per questo scambio di battute risulterebbe inappropriato e ipocrita. Weekend è, infatti, un tuffo nell’intimità di due ragazzi gay (uno che fa in modo di non apparirlo agli occhi degli altri, l’altro dichiaratamente e apertamente gay) che procede dalla fisicità per arrivare all’interiorità. Non è un film sul sesso, anzi il sesso è proprio il veicolo attraverso il quale avviene questo passaggio dalla dimensione fisica a quella psichica, sentimentale. Al regista non interessano i corpi nudi dei due protagonisti, ma interessa solo l’alchimia, la passione che tra i due si crea. E qui un grandissimo plauso va ai due attori: Cullen (che abbiamo visto nei panni di Lord Gillingham in Downton Abbey) e New (non molto conosciuto in Italia) sono eccezionali a caratterizzare i loro rispettivi personaggi, ma lo sono ancora di più nella creazione delle dinamiche che intercorrono tra i due.

Anche se le premesse non sono favorevoli al lieto fine (lo sappiamo dopo pochi minuti dall’inizio del film), la sapienza della regia di Haigh e la bravura del duo Cullen/New ci fanno sperare in una svolta fino all’ultimo secondo. Quell’attrazione tra i due protagonisti non si consuma in una sola notte, ma diventa il motore che permetterà loro di trascorrere un weekend insieme, ma, soprattutto, di stravolgere la loro vita. Da una parte il bacchettone che prenderà una bella sbandata, dall’altra lo sbandato che inizia a pensare ad una via più tranquilla. E’ un gioco di equilibri, sottili, ma potenti, che parlano un linguaggio universale: è vero che i protagonisti sono omosessuali, ma in quale misura questo incontro sarebbe stato diverso e avrebbe avuto esiti diversi se al loro posto ci fossero stati due eterosessuali?

Due persone che si incontrano e nel giro di 72 ore si raccontano, si scoprono, si conoscono. Si tolgono maschere e restano nudi fisicamente ed emotivamente, concedendosi anche alcuni momenti di rivalsa sulla vita: come nella scena in cui Glen invita Russell, che non ha mai conosciuto i suoi veri genitori, a fare finta di essere suo padre e a confessargli di essere gay. Entrambi raccolgono, grazie al loro incontro, i pezzi mancanti della loro vita e si muovono alla ricerca di un loro posto nel mondo. Sta qui il fulcro emotivo di tutto un film che, sì, scorre un po’ troppo lento, ma che ci permette di osservare la nascita di un sentimento, di un legame. Quel legame che poi entrerà in crisi nel film successivo del regista, 45 anni.

Haigh – omosessuale dichiarato – non è nuovo a questa tematica: il suo primo lungometraggio, Greek Pete del 2009, tratta il tema della prostituzione omosessuale maschile, e non dimentichiamoci che è stato anche regista, sceneggiatore e produttore della serie tv Looking. Anche se verrebbe da criticare un certo stereotipo sui gay (l’abuso di droghe, ad esempio, anche se in questi giorni è al centro di tristi pagine di cronaca nera italiana), qui l’omosessualità è solo un modo di raccontare la storia di due persone che si innamorano, che si muovono verso qualcosa che, in un modo o nell’altro, li sconvolgerà. E se non è universale questo discorso…

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Augusto D'Amante

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