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Room: Solo madre e figlio

Room: Solo madre e figlio

Dopo Frank del 2014, il regista Lenny Abrahamson porta al cinema un caso di cronaca, raccontato nel romanzo Stanza, letto, armadio, specchio di Emma Donoghue. Room, candidato all’Oscar come Miglior Film e vincitore del Premio nella categoria Miglior Attrice Protagonista (Brie Larson), arriva nelle nostre sale il 3 marzo, mostrandoci una storia ricca di speranza e dove l’amore tra madre e figlio viene mostrato in tutta la sua potenza.

4stelle

Ogni mattina il piccolo Jack saluta il letto, l’armadio in cui ha dormito, il lucernario e la stanza in cui vive. Ogni mattina, il piccolo Jack, abbraccia la madre Joy ed è pronto per un’altra giornata, che, inevitabilmente, sarà sempre uguale a quelle precedenti e a quelle che seguiranno. E’ questo il mondo in cui vive il bambino: un’angusta stanza nella quale è nato e dalla quale non è mai uscito. Room di Lenny Abrahamson, pellicola in uscita il 3 marzo in Italia e candidata all’Oscar come Miglior Film, scava a fondo in quello che è il sentimento più immediato e dolce che possa esistere: l’amore tra madre e figlio. Rapita sette anni prima, Joy è stata stuprata dal suo aguzzino, Old Nick, e dalla violenza è nato Jack. Il film si apre raccontandoci il giorno del quinto compleanno del bambino e scopriamo immediatamente tutte le fatiche che una giovane donna, privata della sua adolescenza, mette in atto per rendere questa giornata un tantino più speciale rispetto alle altre.

Tratto dal romanzo Stanza, letto, armadio, specchio di Emma Donoghue (anche sceneggiatrice del film), a sua volta ispirato ad un caso di cronaca che scosse l’opinione pubblica austriaca (il caso Fritzl), Room si compone di due parti, tanto che possiamo parlare di due film in uno, collegati tra loro dalla memorabile scena della liberazione. Joy (interpretata dalla straordinaria Brie Larson, Premio Oscar proprio per questo ruolo) è la protagonista della prima parte: i suoi sforzi per dare al figlio una vita quanto più normale possibile in quello spazio ridottissimo, li viviamo sulla nostra pelle. Empatizziamo con lei, sentendo tutta la fatica di quella situazione e la frustrazione di una donna che, nonostante faccia di tutto, si accorge che la crescita del figlio necessita di uno spazio più ampio, alla luce del sole, con il vento che smuove i capelli e soprattutto costruendo rapporti con altri esseri umani. E così, ispirata da una foglia che cade sul lucernario, Joy Joy organizza il suo piano di fuga. Il passaggio di testimone è pronto e seguiamo Jack che viene trasportato sul furgone di Old Nick.

Cosa si prova a vedere il mondo per la prima volta? Se lo chiede Abrahamson che con maestria, senza cadere rovinosamente nel morboso o nel melenso, guida Jack alla scoperta di quel mondo che la madre, per salvarlo nella sua condizione di isolamento, gli aveva detto non essere reale. Un mondo fatto di luci sfumate, di cani che abbaiano, di automobili che sfrecciano per strada, di semafori e di esseri umani che sono veramente uguali a lui e alla sua mamma, e non appiattiti come compaiono in tv. In una sequenza memorabile, Joy e Jack si alternano nel ruolo di eroi, ognuno con l’obiettivo di salvare l’altro e, contemporaneamente, di salvare se stesso.

La seconda parte vede i due alle prese con la realtà fuori dalla stanza. Se Jack affronta il mondo reale in un primo momento con paura, poi con sempre più crescente curiosità, Joy è sopraffatta da quei ritmi che aveva dimenticato. Jack scopre spazi più grandi, scopre che il mondo è fatto di tanti giocattoli, scopre l’affetto dei nonni e di un cagnolino. Joy affronta la morbosità dei media, l’incapacità di dover riprendere la propria vita lì dove era stata costretta ad abbandonarla. Ma sono trascorsi sette anni ed è difficile affrontare tutto questo. E così, se pensavamo di aver lasciato la claustrofobia della stanza, ecco che Abrahamson, grazie alla meravigliosa interpretazione della Larson, ci fa vivere gli spazi stretti della mente della donna, che crolla davanti alla realtà da cui era stata strappata. Jack lo capisce e in nome di quell’amore che lo ha salvato, non resta a guardare.

Ne viene fuori un film straordinariamente potente che, come scritto più su, non cede al richiamo del morboso, ma restituisce la purezza e la tenerezza di una storia che parla di un sentimento così profondo. Grazie alle interpretazioni della Larson e del giovanissimo Jacob Tremblay, Room riempie tutto quello spazio angusto di speranza e ci permette di vivere un’esperienza cinematografica che tocca veramente in profondità i nostri sentimenti. Difficile trattenere le lacrime, difficile non empatizzare con i protagonisti: la pellicola di Abrahamson è un vero inno alla vita, un invito alla rinascita e alla ricerca di uno scopo per la propria esistenza. Così forte da distruggere tutto ciò che di crudele ci può succedere.

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Augusto D'Amante

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