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El Club: i reietti di Larraìn

El Club: i reietti di Larraìn

Dopo i tre film sul Cile di Pinochet, Pablo Larraìn torna nelle sale italiane con El Club, film che vuole concentrarsi sulle contraddizioni della Chiesa Cattolica e sulla natura del peccato. Dall’estetica sporca e sfocata, la pellicola disturba per le sue immagini e le storie che racconta, ma conferma ancora una volta la grande maestria del regista cileno. In sala dal 25 febbraio.

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Chiusa la trilogia dedicata al Cile di Pinochet e composta dai film Tony Manero (2008), Post Mortem (2010) e No – I giorni dell’arcobaleno (2012), il cinema oscuro e disturbante di Pablo Larraìn torna con la potenza travolgente di El Club, nuova pellicola del regista cileno in sala dal 25 febbraio.
Ci troviamo a La Boca, piccola località sull’Oceano in Cile. Su una scogliera sorge una casa nella quale vivono quattro preti e una suora. Quello che sembra un luogo di raccoglimento e preghiera si rivela subito per ciò che è realmente: un luogo di penitenza, una prigione dagli orari ferrei, scanditi da preghiere e canti religiosi. I quattro preti, durante la loro carriera, si sono macchiati dei peccati più abietti, dalla pedofilia alla vendita di neonati, e la Chiesa Cattolica ha deciso di allontanarli nascondendoli in un luogo dimenticato. Quel “club” del titolo può fare riferimento non solo alla casa dove sono stati esiliati i quattro preti, ma anche la Chiesa stessa, con le sue ferree regole alle quali sottostare e adeguarsi. In tal senso si può anche dire che El Club non segna uno stacco netto dalla produzione precedente del regista, anzi, potrebbe essere tranquillamente considerato un suo prolungamento.

Crudele, fastidioso, spietato, El Club mette in scena l’aberrazione umana, senza però puntare il dito contro nessuno: quei preti hanno commesso dei crimini atroci, è vero, ma Larraìn non li considera né più e né meno di quello che sono, dei peccatori. Il peccato è umano ed è proprio l’umanità ad essere messa in discussione tra le ombre, le immagini sporche e le sfocature presenti in dosi massicce nel film. Larraìn, facendo molta attenzione a non pronunciare mai la parola Vaticano e senza sfociare nel più banale anticlericalismo, racconta di una Chiesa che copre crimini e lo fa attraverso la figura aitante del giovane padre Garcìa, incaricato di far luce su una tragica morte avvenuta nella casa. Padre Garcìa, quindi, si fa promotore di un nuovo corso, quello che non prevede misericordia nei confronti dei prelati che si macchiano di quei crimini, ma vuole consegnarli nelle mani della legge dell’uomo per essere giudicati definitivamente (“Ed io vi manderei in prigione“, urla durante una discussione con gli altri colleghi). Ma il regista vuole portare alla luce quella che è la più grande contraddizione che sta alla base della Chiesa: la sua umanità, il suo essere un prodotto dell’uomo e, quindi, qualcosa di corruttibile. L’orrore delle confessioni che padre Garcìa ascolta, lo investe totalmente e così l’idealismo iniziale cede il passo alla fallibilità umana. E quella Chiesa che voleva epurare, si ritrova a coprire (ancora una volta) il male, dicendo addio a quei labili bagliori di cambiamento.

Ed è vittima del peccato dei preti anche Sandokan, uomo disturbato mentalmente che da bambino ha subito un abuso sessuale da parte di un sacerdote. Grazie a Sandokan, Larraìn mette sullo stesso piano tutti i personaggi di questo film, reietti e miserabili nella loro esistenza. Il messaggio è forte e tocca il suo punto massimo nell’ultima mezz’ora della pellicola, quando la tensione sfocia nella violenza assoluta senza permetterci di tenere a bada le emozioni. Lasciandoci con la crudele lezione in base alla quale il cambiamento non è possibile e il male sarà sempre coperto da altro male.

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Augusto D'Amante

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