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Lo chiamavano Jeeg Robot: Mainetti, “Il mio supereroe senza calzamaglia”

Lo chiamavano Jeeg Robot: Mainetti, “Il mio supereroe senza calzamaglia”

Dimenticate le tutine di Spiderman e le calzamaglie di tanto cinecomics e fate spazio a una maschera di lana fatta ai ferri. Mettete da parte il supereroe buono a tutti i costi, americanissimo e lanciato nella missione spesso suicida di salvare l’intera umanità e preparatevi invece a prendere confidenza con un antieroe, uno che a salvare il mondo proprio non ci pensa, un ladruncolo solitario che parla romanaccio, divora budini alla crema, guarda film porno tra le pareti scalcinate di un monolocale nei sobborghi della capitale e si ritrova suo malgrado a dover gestire dei superpoteri. E’ un supereroe di periferia quello a cui ha dato vita Gabriele Mainetti in Lo chiamavano Jeeg Robot, la sua prima volta dietro la macchina da presa sulla base di una sceneggiatura scritta da Nicola Guaglianone e Roberto Menotti.
Un film che Gabriele si è anche prodotto da solo sfidando i rischi di un genere che nel nostro paese è privo di uno storico e regalandogli invece un’identità propria; ora finalmente, dopo il successo allo scorso Festival di Roma e sei anni di gestazione, Lo chiamavano Jeeg Robot arriverà in sala dal prossimo 25 febbraio portandosi dietro suggestioni che arrivano da mondi disparati.
Apparteniamo a quella generazioni a cui ‘Bim bum bam’ ha fatto da balia e così alla fine degli studi di cinema ‘serio’ quando si è trattato di dover dire la nostra siamo andati a pescare tra quello che ci emozionava nel profondo: i cartoni di quel periodo come Lupin III, Tiger Man. – racconta Mainetti alla presentazione romana della pellicola – E abbiamo voluto dare al costume una dimensione un po’ più semplice senza andare incontro all’idea di un costume raffinato propria di un cinema americano che non ci appartiene; lo abbiamo portato a casa nostra e lo abbiamo cucito a mano. In Italia manca uno storico di cinecomics, tant’è che in questo film il supereroe arriva solo nell’ultimissima inquadratura; c’è piuttosto un processo catartico che il protagonista deve affrontare. Mi sono sentito come in uno zoo di vetro, dovevo muovermi con molta attenzione perché è unarealtà che non ti appartiene; devi prendere lo spettatore per mano e portarlo in un mondo diverso e come lo fai? Con personaggi più reali possibili, veri e calati in un contesto assurdo”. Quello di una Roma alla mercè di attentati dinamitardi e malavitosi, in cui Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), ombroso piccolo criminale di Tor Bella Monaca, scopre dopo un incidente di essere dotato di una forza sovraumana.  Deciderà di usarla a vantaggio della sua carriera di delinquente, almeno fino all’incontro con Alessia (Ilenia Pastorelli), ragazza un po’svitata convinta che lui sia l’eroe del famoso cartone animato Jeeg Robot.

Un personaggio che potrebbe diventare cult: “Gabriele voleva un personaggio pesante, fermo e che fosse presente fisicamente, doveva essere un orso, mentre io sono di natura spesso più dinoccolato; – spiega Santamaria che lo interpreta – perciò mi ha fatto mettere su venti chili e mi ha chiesto di guardare il film L’orso di Jean Jacques Annaud. Abbiamo fatto un lavoro non solo fisico, che si è esteso anche al suo modo di parlare”.
E come ogni supereroe che si rispetti, dovrà vedersela anche con la sua nemesi, lo Zingaro, un cattivo “ambiguo, imprevedibile e originale”, un super criminale ossessionato dal desiderio di apparire, grande cultore della musica anni ’80 e una fugace apparizione a Buona Domenica, a metà tra un dandy e Joker a cui Luca Marinelli regala infinite sfumature, facendogli cantare a squarciagola Anna Oxa e la Bertè.
E pensare che invece, per interpretarlo ha rispolverato Il silenzio degli innocenti: “Il mio primo incontro con il cinema è stato sette anni con ‘Il silenzio degli innocenti’; – dice – ricordo che quel personaggio problematico mi aveva subito affascinato, così quando Gabriele mi disse di riguardare Il silenzio degli innocenti mi è sembrato di stare a casa. L’ho costruito partendo da qui e all’inizio ci siamo convinti a vicenda; io pensavo di non farcela e Gabriele non pensava che fossi cosi matto”.
Inizialmente avrebbe dovuto ispirarsi al fan di un cantante, “che purtroppo non ci voluto seguire (e non vi diremo chi è)”, precisano, poi arrivò lo spunto, quando Mainetti fece vedere a Marinelli un video di Anna Oxa che appena sedicenne si esibiva sul palco di Sanremo con un trucco alla Bowie e un vestito metà da uomo e metà da donna. Lo Zingaro arriva da lì e “da semplice fan è diventato una specie di cultore della musica anni ’80”.
Un sequel? Non si sa, per ora “l’importante – come ci tiene a sottolineare il regista – è che abbia un buon successo”.

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Elisabetta Bartucca

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