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The Hateful Eight: Tarantino, “Le Iene in salsa western”

The Hateful Eight: Tarantino, “Le Iene in salsa western”

Il film girato in 70mm arriverà in 600 sale il 4 febbraio. Colonna sonora da Oscar firmata da Ennio Morricone.

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Lo ha definito “ ‘Le Iene’ in versione western con l’influenza de ‘La Cosa’ di Carpenter”, lo ha girato nel “glorioso 70mm” resuscitando il formato Ultra Panavision, quello per intenderci di film come L’ammutinamento del Bounty, usato per l’ultima volta nel 1966 per Khartoum. L’ottavo film di Quentin Tarantino, The Hateful Eight, è biblico sin dalle premesse e, per goderselo nel maestoso formato in cui il regista lo ha concepito, i fan italiani potranno approfittare di sole tre sale: a Cinecittà, nello storico Studio 5 di Fellini, al Cinema Arcadia di Melzo e alla Cineteca di Bologna gli spettatori lo vedranno infatti nella versione di 3 ore e 8 minuti con tanto di Intervallo e Overture di Ennio Morricone, che firma la colonna sonora della pellicola guadagnandosi una meritata nomination ai prossimi Oscar e segnando il ritmo del film sin dalla primissima inquadratura. Il resto del pubblico dovrà accontentarsi della versione in digitale che invece durerà 20 minuti in meno.
“Mi auguro che la pellicola possa resistere più di quanto abbiano fatto gli indiani contro i cowboy”, scherza però Tarantino durante la presentazione del film a Roma, dove arriva accompagnato da due dei membri del cast, Kurt Russell e Michael Madsen, e dal maestro Morricone che ha accettato di comporne le musiche solo dopo un lunghissimo corteggiamento.
“Si tratta di un lavoro molto teatrale, è quasi una piece, non è il tipo di film in cui puoi ricorrere a quei trucchetti per abbreviare i tempi”, che qui si dilatano al servizio della suspense. Tarantino si diverte a giocare con la prima ora e mezza di film per tagliare, tessere, cucire e orchestrare quell’esplosione di violenza che ormai è diventata la sua cifra; si prende tutto il tempo che gli serve per mettere insieme quel manipolo di reietti, otto cattivissimi personaggi, sette uomini e una sola donna (la prigioniera Daisy Domergue interpretata da Jennifer Jason Leigh), e sbatterli in una stanza, l’emporio di Minnie, dove troveranno rifugio dalla tempesta di neve che imperversa tra le montagne del Wyoming. E dove nessuno si rivelerà per quello che dice di essere.
Un western con tanto di diligenze e cacciatori di taglie, che tra le pareti di quell’unica desolata stanza diventa horror, e che rivela in fondo anche una sua anima politica: “Questo film è diventato politico man mano che ci lavoravo, perché quando ho cominciato a scrivere non pensavo assolutamente a questo e solo quando i personaggi hanno cominciato a parlare e discutere della vita nel periodo post bellico, mi son reso conto che c’erano dei riferimenti alla vita politica attuale. Nel corso delle riprese poi, mi sono accorto di quanto il film sembrasse sempre più collegato e pertinente alla realtà, più di quanto non lo fosse in sceneggiatura”.
Ma si sa, con i generi Tarantino è “un po’ come un giocoliere. Dipende dalla storia: a volte è qualcosa di pianificato, altre volte mi lascio trasportare, in altre situazioni invece solo quando ho completato la sceneggiatura mi rendo conto della presenza di alcuni elementi su cui non avevo riflettuto abbastanza”. Come in questo caso: “Sapevo sin dall’inizio di voler realizzare un giallo da stanza alla Agatha Christie, e alla fine del montaggio mi sono reso conto di aver realizzato anche un horror. Non riuscirò mai a fare tutti i film che vorrei, perciò condenso e spesso mi capita di farne cinque in uno!”.
L’unica presenza femminile del film subirà di tutto, diventando il bersaglio prediletto del pulp tarantiniano: gomitate, pugni, schiaffi, una mascella fracassata, secchiate di sangue in faccia, una “troia assassina buona a nulla” che biascica, sputa, striscia trascinandosi dietro un braccio mozzato e regalando a Jennifer Jason Leigh una candidatura agli Oscar.
E di una cosa è certo il regista: “E’ sempre stata una donna sin dall’inizio. Se invece di essere Daisy fosse stata un uomo e si fosse chiamato Big Bill Shelley con 150 kg di peso il film non sarebbe cambiato. Avrei potuto scegliere un uomo, ma volevo che fosse una donna, perché mi piaceva l’idea che potesse complicare le emozioni e la vostra visione del film”. Che chi vedrà in digitale non potrà forse apprezzare completamente per quel respiro che solo il 70mm può conferire “mostrando contemporaneamente ciò che avviene sullo sfondo e quello che succede in primo piano. Lo spettatore ha così sempre la possibilità di controllare in qualsiasi momento cosa stiano facendo i personaggi e questo mi permetteva di far crescere la suspense. Si sa che prima o poi qualcosa esploderà, ma non si sa quando”.
Di Samuel L. Jackson, attore feticcio di Tarantino, che qui è un ex soldato nero dell’Unione diventato cacciatore di taglie nel’America post Guerra Civile, rimarrà quel ‘niger’ ossessivamente ripetuto dai suoi compagni di viaggio, per un numero di volte che svuota il termine di qualsiasi forza denigratoria, crocifiggendo ogni luogo comune sulla discriminazione razziale.
Nessun eroe, ma solo otto pistoleri che consacrano la distruzione del sogno americano e un western, che riporta Tarantino al suo cinema di frontiera.

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Elisabetta Bartucca

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