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Steve Jobs: Oltre il mito

Steve Jobs: Oltre il  mito

Michael Fassebender è Steve Jobs nel film diretto da Danny Boyle, che restituisce del co-fondatore della Apple un ritratto lontano dal biopic facilmente consolatore e agiografico. In sala dal 21 gennaio.

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Le pressioni sulla Sony che alla fine avrebbe mollato il progetto nelle mani della Universal, l’ostilità della Apple, le telefonate della vedova di Steve Jobs, Laurene Powell, a Leonardo DiCaprio e Christian Bale per convincerli a non accettare il ruolo  del marito nel film diretto da Danny Boyle, scritto da Aaron Sorkin e ispirato alla biografia di Walter Isaacson. La gestazione di Steve Jobs, il film sul co-fondatore della Apple in sala dal 21 gennaio, fu tutt’altro che serena se è vero che la Powell avrebbe fatto di tutto per bloccarne la realizzazione, compreso l’aver contattato personalmente alcune delle principali major per boicottare la produzione.  Un no fermo a tal punto da non volere neanche incontrare lo sceneggiatore, un narratore di razza, che dalla prima all’ultima serratissima battuta detta in maniera unica e inconfondibile il ritmo di questo racconto, ingiustamente snobbato dall’Academy nelle recenti nomination agli Oscar. Una svista imperdonabile per un film già punito al botteghino dal pubblico americano, per non aver forse ritrovato la santificazione e il ritratto consolatore che ci si aspettava.
A compensare l’amaro in bocca ci pensano invece le candidature nelle categorie di Miglior Attore Protagonista e Miglior Attrice non Protagonista per Michael Fassbender e Kate Winslet: il primo nel ruolo principale ereditato dopo l’abbandono dei colleghi, la seconda nei panni di Joanna Hoffman, responsabile marketing della Macintosh che gli fu accanto per oltre venti anni. Entrambi interpreti di rara grazia, capaci di ingoiare quasi 200 pagine di dialoghi fittissimi e vomitarli in scena con umanità, carisma e credibilità.
“Ho cominciato a leggere e mi sono accorta che i protagonisti parlavano per un sacco di tempo. C’erano talmente tanti dialoghi! Come cavolo avrei fatto? Arrivata a pagina 54 i personaggi continuavano ancora a parlare: ‘Oh merda’, ho pensato! E saliva intanto la pressione di dover ricordare tutte quelle battute. Ma se sei un attore devi imparare tutte le tue fottutissime battute, altrimenti rischi di mandare a monte il lavoro di un’intera squadra”, raccontava la Winslet all’anteprima europea al London Film Festival lo scorso ottobre.
Steve Jobs è quanto di più lontano possa esserci dall’agiografia accomodante, la narrazione si svolge infatti  nei backstage pochi istanti prima dei lanci dei tre prodotti più rappresentativi: il Macintosh del 1984, il NeXT Computer nel 1988  e l’iMac nel 1998.
Un’incursione in alcuni dei momenti cruciali della vita di Jobs, che ne restituisce un personaggio pieno di zone d’ombra, cupo, spietato, vendicativo, un padre incapace di gestire il rapporto con la figlia Lisa avuta dall’ex Chrisann Brennan, colto nelle sue più sottili fragilità, alle prese con paure, fallimenti e frustrazioni.
E’ nella struttura in tre atti messa a punto da Sorkin che si consumano infatti le contraddizioni del carismatico Ceo della Apple costretto nei 40 minuti prima di ogni presentazione a  risolvere ‘faide familiari’, lasciarsi incalzare dall’unica donna in grado di ascoltare, Joanna, chiudere i conti in sospeso, infuriarsi con la stampa, ribadire caparbiamente a Steve Wozniak che no, non avrebbe mai riconosciuto un solito merito alla squadra dell’Apple II.
Un ‘inqualificabile codardo’ come verrà apostrofato dalla figlia: icona, mito, genio, scaltrezza, ma soprattutto uomo nei gesti e nelle movenze di Fassbender, che in jeans e dolcevita nero sale sul palco, guarda la folla e si prepara a ‘dirigere l’orchestra’.

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Elisabetta Bartucca

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