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Ettore Scola: il ricordo di Giulio Forges Davanzati

Ettore Scola: il ricordo di Giulio Forges Davanzati

L’attore romano Giulio Forges Davanzati, uno degli ultimi interpreti a lavorare con Ettore Scola, ricorda il grande maestro del cinema italiano che si è spento ieri sera a Roma a 84 anni.
I due avevano collaborato insieme nell’ultimo film di Scola, Che strano chiamarsi Federico, l’omaggio che il regista ha voluto realizzare per il suo grande amico Federico Fellini, conosciuto alla redazione del Marc’Aurelio, rivista satirica in cui i due cineasti hanno mosso i primi passi. Nel film, Davanzati interpretava la parte di Furio Scarpelli, giornalista, disegnatore e sceneggiatore di molti film di Totò e di pellicole come I soliti Ignoti di Monicelli, I Mostri di Dino Risi, C’eravamo tanto amati e La famiglia di Scola.

Per me è un piacere condividere il mio ricordo di Scola, anche perché lavorare con lui è stata un’esperienza pazzesca“, ha detto l’attore. “Sul set era presente gran parte della sua famiglia, anche perché Che strano chiamarsi Federico lo aveva scritto insieme alle figlie. Si respirava del sano cinismo, quello che si sente nei suoi film”, tutto sembrava molto semplice e il regista sottolineava la differenza tra il suo modo di girare e quello dei registi di oggi: “Durante una pausa sul set, mentre parlavamo, Scola ci disse di non riuscire a capire come facevano i registi dei film e delle serie televisive a girare 5-6 o anche 10 scene al giorno. Lui lo trovava impossibile, perché aveva proprio un altro ritmo, altri tempi. E questi tempi se li è presi tutti mentre giravamo: potevamo stare ore ed ore a girare una scena e lui faceva in modo che tutto fosse predisposto in maniera perfetta, secondo quanto si era immaginato. Un tempo necessario anche per capire cosa stavamo facendo, perché il film era in fase di scrittura durante le riprese. Per me, quindi, è stato interessantissimo perché ho potuto assistere in prima persona al processo creativo di questo grande essere umano“.

Quando ha saputo di avere l’opportunità di lavorare con Scola, Giulio Forges Davanzati ammette di aver avuto una certa paura: “Sapevo di andare a lavorare con uno dei registi che più mi ha catturato: in Dramma della gelosia e in Brutti, sporchi e cattivi ci sono delle vere e proprie lezioni di cinema dalle quali ho appreso molto. Poi, comunque, stiamo parlando della persona che ha scritto Il sorpasso! Temevo di trovare una persona difficile, e invece ho trovato una persona che è esattamente ciò che viene fuori dai suoi film. Ho trovato in lui un’umanità incredibile, cinica al punto giusto, in una maniera sana e bellissima. Lo ringraziai molto alla fine di questa esperienza e lui ringraziò noi del cast e della troupe per la pazienza. Ma per noi, lavorare con lui, è stato come passare una giornata al Luna Park“.

Ma come è stato lavorare sul set con Scola? “Meraviglioso. Scola è chiaramente espressione di una regia che vede gli attori come la forza motrice di tutto. Per lui l’attore doveva essere stimolato, doveva stare bene e a suo agio, doveva ricevere indicazioni precise al momento giusto. Dopo aver ottenuto la parte di Scarpelli nel film, mi chiese se avevo voglia di interpretare anche il suo personaggio. Ovviamente gli dissi di si, e anche se le scene erano brevi ed ero ripreso di spalle, controluce o a tre quarti o, ancora, se non dovevo fare niente di particolare, tipo camminare, Scola mi dava indicazioni precise su tutto. Si curava davvero di qualsiasi cosa, ma lo faceva con il giusto distacco, divertendosi“. “Nulla era casuale nei suoi film – continua Davanzatianche se c’era qualcuno in scena che stava fumando, Scola era capace di fermare le riprese per dirgli che aveva dato troppe boccate alla sigaretta“.

Appassionato di Dramma della gelosia, film del 1970 con Marcello Mastroianni, Monica Vitti e Giancarlo Giannini, e di Brutti, sporchi e cattivi, interpretato da Nino Manfredi nel 1976, Davanzati conclude il suo ricordo raccontandoci di come Scola fosse divertito quando sul set lo chiamavano “maestro”: “Faceva un sorriso bello beffardo quando lo chiamavano così, ma in realtà era, ed è, un maestro, perché ha saputo raccontare molte storie con una semplicità incredibile, riuscendo ad esprimere completamente se stesso. La sua ironia rimarrà sempre nei miei ricordi e nella mia vita come qualcosa di bello, di sano“. “E’ stato – conclude – davvero un grande esempio: una persona che ha fatto cinema per una vita che ti fa vedere come si può continuare a farlo anche in un momento di difficoltà, senza prendersi troppo sul serio, ma portando avanti una cosa fatta davvero con il cuore“.

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Augusto D'Amante

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