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Ti Guardo: Distanze incolmabili

Ti Guardo: Distanze incolmabili

Dopo aver vinto il Leone d’Oro alla scorsa edizione della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, Desde allà (in italiano reso con Ti Guardo), esordio del venezuelano Lorenzo Vigas, arriva nei nostri cinema con la sua storia fatta di lontananze, impossibilità di creare rapporti umani e asetticità. In sala dal 21 gennaio.

3stelle

Guardare e non toccare. In meno di un’ora e mezza, l’opera prima di Lorenzo Vigas sviscera questo concetto portando sullo schermo una storia fatta di degrado, emarginazione, solitudine e violenza. Ma soprattutto di impossibilità nel creare rapporti. Desde allà (che letteralmente sta per “da lì/da lontano” e che in italiano è stato reso con Ti Guardo) è la storia di una sporca ossessione che ha luogo tra le altrettanto sporche strade dei quartieri più degradati di Caracas. Qui si muove Armando, odontotecnico di mezza età senza amici, moglie o figli, ma con una sorella che incontra pochissime volte e un padre che osserva da lontano, senza mai avvicinarsi. Così come da lontano osserva il corpo degli adolescenti che paga per poi masturbarsi, senza mai toccarli.

Le distanze che Armando prende con il mondo che lo circonda vengono stilisticamente rese con l’uso di immagini sfocate: Armando, che è interpretato da Alfredo Castro, attore feticcio di Pablo Larraìn, è un fantasma moderno, presente fisicamente, ma lontano emotivamente. L’impossibilità di cogliere i dettagli della vita di quest’uomo, di carpirne l’essenza, è la vera sfida che Ti Guardo lancia al suo pubblico e l’asetticità della regia di Vigas (forse influenzato dalla sua laurea in biologia molecolare) ci rende osservatori impassibili, proprio come Armando. Vigas, da bravo scienziato, osserva oggettivamente tutto quello che succede, evita di raccontarci molto (cosa ha fatto il padre di Armando per meritare tutto questo odio? Perché il figlio continua a seguirlo e ad osservarlo da lontano?) e lascia alla potenza interpretativa di Castro la possibilità di creare un personaggio tanto affascinante quanto odioso.

La svolta arriva improvvisa e ha il nome di Elder (l’esordiente Luis Silva). Direttamente da uno dei quartieri più a rischio della capitale venezuelana, l’incontro tra i due si configura come un vero e proprio scontro: Armando lo convince ad andare a casa sua, qui – solito copione – gli chiede di togliersi la maglietta, girarsi e abbassare un po’ i pantaloni, ma il giovane non ci sta e prende a pugni l’uomo. Il limite è stato superato. L’uomo che non tocca e non si fa toccare è stato aggredito e lo scossone Elder, forte quanto i pugni che tira, fa nascere in Armando l’illusione di poter creare un rapporto emotivo con qualcuno. Dopo aver trovato il ragazzo in pessime condizioni perché picchiato dai fratelli della ragazza che ha messo incinta, Armando si prende cura di Elder, lo accudisce e tra i due nasce una parvenza di normalità. Complici forse la gratitudine o il fatto di non aver mai ricevuto così tante attenzioni, il ragazzo cede ad Armando, concedendosi con la mente prima (tanto da far pensare ad un rapporto padre/figlio) e con il corpo poi (amore, passione improvvisa o ossessione di perdere tutte queste attenzioni?). Ma i muri che l’uomo ha costruito nel corso degli anni sono difficili da sormontare e Armando lo sa talmente bene che anche l’estrema prova d’amore del ragazzo diventa un pretesto per tornare a tutta quella nullità vissuta prima dell’incontro con Elder.

Scritta con Guillermo Arriaga, che ha sceneggiato la Trilogia della morte di Alejandro González Iñárritu (Amores perros, 21 grammi e Babel), la storia portata sullo schermo da Vigas ha un suo fascino potente che va oltre il contesto in cui si colloca, tanto da ricordare Pasolini (e il degrado delle periferie con i suoi ragazzi di vita) e Antonioni (l’incomunicabilità e l’impossibilità dei rapporti umani) e da ispirarsi, come lo stesso Vigas ha affermato, a Bresson e a Haneke. Di contro, però, una certa lentezza unita alla parsimonia dei dialoghi e ad alcuni buchi narrativi di cui si sente l’esigenza che vengano colmati, richiedono uno sforzo di attenzione maggiore da parte dello spettatore.

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Augusto D'Amante

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