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Macbeth: uno Shakespeare per il nuovo secolo

Macbeth: uno Shakespeare per il nuovo secolo

Torna per la 13esima volta sullo schermo il Macbeth di William Shakespeare, stavolta interpretato da Michael Fassbender e Marion Cotillard per la regia dell’australiano Justin Kurzel. In sala dal 5 gennaio.

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La parabola dell’ambizione inizia al volgere del secolo 17esimo e prosegue ancora oggi. La tragedia di Macbeth, una delle più famose di William Shakespeare, torna al cinema per la 13esima volta. Dopo otto film muti, dopo gli adattamenti più celebri firmati da Orson Welles e Roman Polanski, stavolta è il turno dell’australiano Justin Kurzel che si era fatto notare a Cannes con l’indipendente Snowtown e che ora porta sullo schermo Michael Fassbender e Marion Cotillard, divi osannati sia a Hollywood che in Europa.

La storia è quella di Macbeth (Fassbender), valoroso generale al servizio del re di Scozia, che spinto dalla profezia di tre streghe e dalle parole della moglie (Cotillard) uccide il suo sovrano nel primo passo di una scalata al potere che sarà tanto inarrestabile quanto autodistruttiva. E come tutti i suoi predecessori Kurzel si trova alle prese con il compito di adattare un testo – per forza di cose – pressoché intoccabile. La scelta del cineasta australiano e degli sceneggiatori Jacob Koskoff, Todd Louiso e Michael Leslie è simile a quella di Kenneth Branagh, tra i registi contemporanei sicuramente il più affezionato al bardo di Stratford on Avon visti gli adattamenti dell’Enrico V, di Amleto e di Molto rumore per nulla. Meglio quindi lavorare con le forbici che non col dizionario, lasciando intatti i passaggi più celebri (dal prologo delle tre streghe al monologo di lady Macbeth) e concentrarsi sulla messa in scena, aggiungendo (il passato di Macbeth) e modificando (la profezia della foresta, il ruolo del figlio di Banquo) qualche elemento della trama senza però azzardarsi a stravolgere. Ed è nella potenza visiva che si può rintracciare l’elemento più interessante della pellicola, nelle soluzioni di regia che scompongono l’iniziale battaglia contro i ribelli in una sequenza di scene in slow motion, o che avvolgono il confronto finale in una fumata rosso sangue e nelle note epiche della colonna sonora firmata dal fratello del regista, Jed Kurzel. La cifra espressionista poi è confermata dalla fotografia di Adam Arkapaw, reduce dal successo della prima stagione di True Detective, che alterna scene di battaglia dai forti contrasti a riprese esterne dove prevalgono i colori sfumati di grigio della Scozia settentrionale.

Una nota di merito per i due protagonisti, con Fassbender che alterna i tormenti e l’ambizione, condannato dal destino a vestire i panni del tiranno, mentre Marion Cotillard è quasi magistrale nel far convergere in un solo personaggio gli sfoghi ambiziosi, spesso carichi di sottintesi sessuali, con un senso di fragilità più inafferrabile che poi si svela nelle tragiche scene finali.

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Marcello Lembo

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