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Novant’anni di La Corazzata Potemkin

Novant’anni di La Corazzata Potemkin

Novant’anni fa, il 21 dicembre 1925, al Teatro Bolšoj di Mosca veniva presentato uno dei film più importanti della cinematografia mondiale: La Corazzata Potemkin. Diretta dal ventisettenne Sergej Michajlovič Ejzenštejn, all’epoca la pellicola era considerata come un potente mezzo di propaganda, ma con il passare dei decenni è diventata una delle più intense, suggestive e fondamentali espressioni del cinema (tanto che nessun regista può definirsi tale se non ha passato ore a studiarne ogni singolo fotogramma). Conosciuta in Italia principalmente grazie alla storica battuta del ragioniere Ugo Fantozzi, ecco spiegato perché La Corazzata Potemkin non è “una cagata pazzesca“, ma un’opera d’arte potente e sempre attuale.

Un film muto che dura ore?
No. Assolutamente no! La Corazzata Potemkin non dura interminabili ore, ma solo settantacinque minuti. Settantacinque: cioè la stessa durata di film come Zelig, di Woody Allen, o come Nightmare Before Christmas, di Tim Burton. E poi si, è muto: ma The Artist, qualche anno fa, siete andati a vederlo però, vero? Quindi non avete scuse. Fino agli anni Trenta, più o meno, il cinema viveva di grandi interpreti e di grandi registi: non potevano assicurarsi il successo con le parole, ma solo con le immagini, il modo in cui queste erano montate e le espressioni del volto degli attori (truccati in un modo preciso). Possiamo persino azzardare e dire che era più meritocratico rispetto ai nostri giorni.

Come è nato?
Il film fu fortemente voluto dalla Goskin, l’ente statale sovietico che coordinava e organizzava tutte le attività cinematografiche dell’Unione Sovietica. Nel 1925 ricorreva l’anniversario della Rivoluzione del 1905, che portò alla nascita dei soviet e all’introduzione della prima Duma di Stato. Per celebrare l’evento, la scrittrice armena Nina Agadzanova-Sutko scrisse una monumentale sceneggiatura per realizzare ben otto film sull’argomento e la Goskin non esitò ad affidare la regia di questi film ad Ejzenštejn, che aveva ottenuto un clamoroso successo (e il beneplacito del Partito) con Sciopero!, suo primo lungometraggio.
Ejzenštejn non scelse attori di grande calibro, ma decise di ingaggiare persone comuni e qualche attore teatrale, ma un po’ perchè era un perfezionista (poteva girare la stessa scena per un’intera giornata e scartarla, convinto che si potesse fare di meglio) e un po’ perché si presentarono vari problemi organizzativi (la nave sulla quale si svolsero le riprese, gemella dell’originale Potemkin, necessitava di restauro), la produzione sembrava non decollare mai. Quindi il regista decise di concentrarsi solo su uno degli otto episodi e, ricevuto il consenso della Goskin, Ejzenštejn terminò le riprese alla fine di novembre.

Di cosa parla?
Dell’ammutinamento da parte dell’equipaggio della nave Potemkin, uno degli eventi che ha portato alla Rivoluzione del 1905. Poco prima di un’esercitazione al largo dell’isola di Tendra, i marinai della Potemkin si rivoltarono contro il Primo Ufficiale Giliarovskij perché questi aveva dato l’ordine di servire per pranzo della carne infestata dai vermi (una delle primissime scene del film). Realizzando un film che sta a metà tra la cronaca e la tragedia classica, La Corazzata Potemkin si struttura in cinque atti. Dopo Uomini e Vermi, il primo atto, seguono Dramma sul ponte (i marinai che si rifiutano di mangiare la carne vengono condannati a morte senza processo, ma nel momento in cui il plotone deve sparare, abbassa le armi e si rivolta contro gli ufficiali), Il Morto Chiama (durante la rivolta muore il leader dei marinai e il suo corpo viene mostrato alla popolazione di Odessa, che decide di appoggiare la rivolta), La Scalinata di Odessa (il momento più tragico del film in cui irrompono i cosacchi che iniziano a sparare sulla folla in rivolta) e Una contro tutte (l’equipaggio della Potemkin decide di affrontare la flotta dello zar e viene aiutato dai marinai della navi zariste).

Ed è importante perché?
Per una serie di aspetti. Il primo, da un punto di vista sociologico, ha a che fare con il rapporto tra media e politica: La Corazzata Potemkin ha mostrato tutta la potenza del cinema quando è strettamente legato al potere. Un grandissimo strumento di propaganda che fino ad allora non si era mai visto, tanto che tutti i regimi totalitari che sono sorti dopo la I Guerra Mondiale hanno sempre considerato il cinema come un loro potentissimo alleato (lo fecero Hitler, con i film di Leni Riefenstahl, e Mussolini, con la fondazione dell’Istituto Luce, l’inaugurazione della Mostra del cinema di Venezia e la nascita di Cinecittà).
Poi c’è il discorso artistico. Se in Germania spopolavano i film dell’espressionismo (Nosferatu, Lo studente di Praga, MetropolisIl gabinetto del Dr. Caligari) e in Francia era l’epoca dell’impressionismo e del surrealismo cinematografici, in Unione Sovietica l’arte cinematografica segue due binari: il Cine-occhio e il Cine-pugno. Entrambe hanno una forte connotazione documentaristica, ma se il primo vuole solo mostrare, il secondo vuole anche coinvolgere lo spettatore, vuole giocare con le sue emozioni. Ejzenštejn segue questa seconda strada: con il suo “montaggio delle attrazioni” realizza un film che, a dispetto di quanto si voglia pensare, è puro dinamismo. Nonostante la quasi totale assenza dei movimenti di macchina, La Corazzata Potemkin è un film veloce, dove le immagini si susseguono senza lasciarci tregua e ci bombardano di informazioni. Culmine di tutto, la famosa scena della Scalinata di Odessa (che oggi porta il nome del regista): nella realtà la scena non poteva essere così lunga, ma qui il tempo si dilata perché Ejzenštejn mette in successione azioni che si sono svolte in maniera simultanea (con immagini anche molto forti, un vero pugno nello stomaco per chi guarda).
Significato e simbolismo contenuti in questo film, poi, permettono di considerare La Corazzata Potemkin come l’opera d’arte per eccellenza: estrapolandola dal contesto propagandistico per il quale è stato realizzato, il film di Ejzenštejn mantiene un valore universale, che anche a distanza di decenni è forte e attuale.

Quindi perché vederlo?
Perché, come detto prima, se un’opera d’arte, per definizione, è capace di parlare e trasmettere un messaggio anche secoli dopo la sua realizzazione, allora La Corazzata Potemkin vale tanto quanto una visita agli Uffizi, alla Cappella Sistina, ai Fori Imperiali, al Louvre, al Guggenheim e a qualsiasi museo, grande o piccolo che sia. E perché è anche grazie a questo film (uno dei primi film della storia) che si può godere appieno della potenza e della magia del cinema.

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Augusto D'Amante

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