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Il ponte delle spie: Tom Hanks, un americano a Berlino

Il ponte delle spie: Tom Hanks, un americano a Berlino

Alla sua quarta collaborazione con Tom Hanks, Steven Spielberg torna sul grande schermo con l’ennesima avventura epica. In sala dal 16 dicembre.

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Un tempo separava Berlino Est da Berlino Ovest, oggi corre per 128 metri tra il quartiere di Brandenburgo e i sobborghi di Potsdam. È il ponte di Glienicke, diventato celebre  nel corso della Guerra Fredda come ‘Ponte delle Spie’, perché usato da americani e sovietici per gli scambi delle rispettive spie prigioniere. Il primo scambio avvenne il 10 febbraio 1962 quando la spia russa Rudolf Ivanovich Abel venne liberato in cambio dello studente Frederic Pryor e del pilota Francis Gary Powers, catturato durante una missione di spionaggio sui cieli sovietici: il merito fu di James Donovan, avvocato assicurativo di Brooklyn reclutato dalla Cia per negoziare il rilascio di Powers.
In pochi sapranno che Steven Spielberg, all’epoca dei fatti poco meno che adolescente, questa storia non l’avrebbe mai dimenticata tanto da accettare di farci un film scritto da Matt Charman e Ethan Coen & Joel Coen. Il ponte delle spie, nelle sale dal 16 dicembre, è il suo recente tributo ai grandi avvenimenti storici di cui è sempre stato fine narratore e occhio attento a restituirne sullo schermo l’impatto emotivo e la dimensione storico-politica. È un peccato allora constatare che a Il ponte delle spie, dove il regista de Il soldato Ryan si ritrova per la quarta volta a collaborare con Tom Hanks (nei panni di James Donovan), manchi l’incanto di quello sguardo, la purezza dell’affabulatore qui al soldo di un’opera didascalica in cui gli unici guizzi sono certi disarmanti tratti tragicomici dei personaggi a firma Coen o l’imperturbabile incedere di Mark Rylance (Rudolf Abel), attore inglese di rara grazia, capace di alleggerire il carico retorico di quest’epica avventura. Già, perché in questo caso l’epopea dell’eroe spielberghiano, lontano da casa salvo poi farvi ritorno, è quella di Donovan/ Hanks, “uomo tutto d’un pezzo” come lo etichetta Abel, che strizzato tra cappotto, sciarpa e cappello si ritrova a vagare per Berlino Est. Personaggio iconico, forse troppo, convinto che tutti abbiano diritto a una difesa, fedele a quella Costituzione che “è ciò che ci rende americani”, onesto, dai saldi principi che un Tom Hanks imbolsito riduce a una figurina priva di sfumature.
Il limite maggiore del film consiste però nella sua ridondanza, che soprattutto nella seconda parte polverizza le premesse di un thriller dagli echi hitchcockiani definitivamente affossato da un doppiaggio italiano sterile, monotono e posticcio.

 

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Elisabetta Bartucca

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