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Regression: Diavolo e isteria collettiva

Regression: Diavolo e isteria collettiva

Il regista Premio Oscar Alejandro Amenàbar torna al cinema con un thriller che sfocia nel mistery: Regression. Con Ethan Hawke e Emma Watson, il film prende spunto da alcuni fatti di cronaca negli USA degli anni Novanta: tra messe nere, satanismo e isteria collettiva, Amenàbar propone un film sui contorti labirinti della mente umana e di quanto possa essere malvagia. In sala dal 3 dicembre.

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Regression non è solo il titolo del nuovo film firmato da Alejandro Amenàbar, ma anche la logica che sta dietro quest’opera. Sei anni dopo essersi cimentato con il dramma storico Agora, il regista vuole riscoprire le origini, in una sorta di regressione, appunto, verso quelle atmosfere che avevano contraddistinto sia il suo esordio al cinema, con Tesis del 1996, sia il film che gli ha permesso di farsi conoscere a livello mondiale, The Others del 2001.
Presentato in anteprima mondiale lo scorso settembre al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastiàn, Regression, nelle intenzioni del regista, è un film sul diavolo: Angela Gray (Emma Watson), diciassettenne del Minnesota, accusa il padre di aver abusato sessualmente di lei. L’uomo, però, non ha nessun ricordo del crimine e ad indagare sul fatto viene chiamato il detective Bruce Kenner (Ethan Hake). Con l’aiuto dello psicologo Kenneth Raines (David Thewlis), che sottoporrà l’indiziato alla tecnina della regressione per poter ricostruire i suoi ricordi, il detective raccoglierà la confessione dell’uomo: ha commesso il crimine di cui è accusato durante una messa nera. Ma Kenner non ne è convinto e da qui parte un movimentato viaggio alla scoperta della verità.

Finora i film di Amenàbar ci hanno abituati a non dare per scontato assolutamente nulla e di prepararci a qualsiasi tipo di stravolgimento. Per Regression questo discorso vale fino ad un certo punto, ad iniziare dal colpo di scena, facilmente intuibile già a metà pellicola. Pur rifacendosi a fatti di cronaca realmente accaduti (negli anni Novanta, periodo in cui è ambientato il film, notizie su presunte sette sataniche e messe nere erano piuttosto diffuse, non solo negli USA), quest’ultimo film di Amenàbar presenta una prima parte davvero accattivante: senza nessun preambolo, veniamo immediatamente trascinati al centro della vicenda, da subito conosciamo il detective Kenner e immediatamente siamo immersi in quelle atmosfere che solo un buon thriller sa dare. Purtroppo, però, con l’andare avanti, il film perde questo suo appeal. Amenàbar è talmente bravo a fare sua una battuta del protagonista (“Il diavolo non esiste. Esistono solo cattive persone“) che il diavolo, da argomento principale, diventa una grande metafora: il maligno, in realtà, è la forma attraverso cui il regista vuole raccontare la malignità della mente umana.

Attingendo abbondantemente dal thriller e dall’horror, Regression, alla fine di tutto, non appartiene a nessuno di questi generi: qui la paura non proviene da una minaccia esterna e nemmeno da scelte tecnico-stilistiche precise, ma dalle atmosfere che riflettono, in un certo modo, quanto di torbido, menzognero e sinistro giace nel nostro inconscio. Interessante l’incursione nel tema dell’isteria collettiva: arma tanto potente quanto pericolosa e più che mai attuale come in queste settimane, finisce per essere trattata in maniera piuttosto frettolosa. Sta in questo il limite di Regression: uno sguardo troppo veloce e pieno di consapevoli luoghi comuni – per stessa ammissione del regista – che non coinvolgono pienamente lo spettatore in questo racconto. Insomma, se Regression vuole essere un ritorno alle origini, come lo stesso regista ha lasciato intendere, allora la strada da percorrere è davvero lunga.

Ad appesantire il tutto, la pessima prova attoriale di Emma Watson: sguardo fisso e basso, stessa espressività per tutto il film, ma, soprattutto, visti i suoi 25 anni compiuti ad aprile scorso, nessuna credibilità nei panni di una diciassettenne (i tempi di Harry Potter sono passati, basta con ruoli da adolescente). Fortuna che il vero protagonista del film è Ethan Hawke, il quale conferma di essere un attore superbo, capace di rendere nel migliore dei modi qualsiasi personaggio e il suo detective Kenner, con questa sua perenne sonnolenza, tanto da non farci capire subito se ci troviamo all’interno di un suo incubo o nella realtà, è uno dei pochissimi pregi che questo film può vantare.

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Augusto D'Amante

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