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Tff33: Salvo Cuccia, così racconto l’essenza della mafia

Tff33: Salvo Cuccia, così racconto l’essenza della mafia

In quanti modi si può raccontare la mafia sul grande schermo? A dispetto della recenti tendenze del cinema del reale, Salvo Cuccia ci insegna che un’altra via è possibile e in questo caso ha il nome del suo debutto alla regia di un lungometraggio, Lo scambio, il secondo dei quattro italiani ad essere presentato in concorso al Torino Film Festival. E così succede che i fatti di cronaca nella Palermo degli anni ’90, sventrata dalle grandi stragi di mafia, diventino luoghi e spazi della mente, personaggi senza nomi, un’entità che incombe dall’alto, un magma che striscia, si insinua, opprime.
Fino a trovare compimento in una storia condensata nell’arco di una sola giornata e che va avanti per doppi, ambiguità, visioni deformanti . Anche se tutto è irrimediabilmente vero: “I fatti raccontati – ci tiene a sottolineare il regista – sono realmente accaduti”. Erano gli anni del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, quelli in cui al pool antimafia di Giancarlo Caselli si trovava Alfonso Sabella, il magistrato che Cuccia ha assolutamente voluto in fase di sceneggiatura dopo averlo intervistato per una serie di documentari del ciclo La storia siamo noi.

Come mai hai scelto di raccontare quei fatti trasfigurandoli e spogliandoli di qualsiasi riferimento al reale?
Il film è ambientato a metà degli anni ’90, trae spunto da fatti realmente accaduti nell’arco di un anno, ma qui concentrati in una sola giornata. I personaggi non hanno nomi, lo spirito del film impone che diventi una trasfigurazione della realtà, perché non volevamo fare una cronaca mafiosa: l’essenza stessa del film è quello che si vede sullo schermo. Sin dalla scrittura ci interessava rendere l’idea di ciò che era accaduto attraverso l’interiorità dei personaggi e di ciò che ruota attorno a loro. La cosa importante era ricreare quell’aria, quell’atmosfera e quella densità che va oltre la concatenazione di fatti e cronaca; perché il cinema non è altro che trasfigurazione e invenzione.
Siamo partiti dal reale per raccontarlo all’interno di uno schema un po’ edulcorato e abbiamo lavorato tutti per sottrazione dalla regia alla fotografia quasi pastellata, non volevo calcare la mano su qualcosa che era già per sé di molto indagatore.
Non c’è una meccanica dei fatti come in altri generi cinematografici, ma piuttosto un racconto legato all’intimità dei personaggi.

Anche gli spazi e la colonna sonora diventano protagonisti del racconto tanto quanto i tre interpreti principali…
Gli ambienti sono un prolungamento delle loro emozioni. Anche la colonna sonora è una scelta ben precisa, fatta a priori e avvenuta prima delle riprese; Domenico Sciajno lesse la sceneggiatura e alla fine mi diede una composizione basata su frequenze. A parte l’aria del prefinale non si può parlare di un commento musicale tradizionale, anche in questo caso abbiamo lavorato per sottrazione con una musica che arriva alle viscere, allo stomaco.

I personaggi perdono i loro nomi. Perché?

I protagonisti non hanno nome proprio perché assurgono a personaggi di una tragedia che potrebbe essere riproposta in qualsiasi altra parte del mondo, in altri tempi, con altre modalità e persino in altra lingua. La scelta di fare un film in palermitano rappresenta l’ancora con la realtà più dei palazzi stessi riproposti in maniera quasi edulcorata: l’immagine non è folclorica né si appoggia alla riproposizione dei soliti cliché siciliani.

Quali sono stati i tuoi modelli di riferimento?
Cronenberg, Lynch, Kubrick e il mio maestro involontario, Ruitz. Anche Welles, che proprio il festival di Torino sta omaggiando con una retrospettiva, è uno dei miei riferimenti principali. Nella prima metà degli anni ’90 inoltre ho conosciuto due registi diametralmente opposti: Vittorio De Seta, che è cinema del reale e Raùl Ruiz, che invece è puro cinema di invenzione. Due elementi opposti che si sono fusi all’interno di questa storia insieme ad altre suggestioni provenienti della mia esperienza come la video arte: la sequenza iniziale arriva da una scena che avevo girato in pellicola nel ’95 alla Vucciria di Palermo, riprendendo il mercato nel suo svolgersi, con gente reale, al rallenty, come fosse un fiume. L’ho voluto riproporre venti anni dopo riproducendo un mercato simile, il Capo, ma in una dimensione di fiction; se avessimo girato quella prima scena in una normalità cinematografica ci sarebbero state almeno quindici o venti inquadrature, invece in questo caso tutto si risolve in un unico quadro.

Come si è svolto il processo di scrittura?
In un primo tempo ho lavorato con Alfonso Sabella e Marco Alessi, poi con mia figlia abbiamo continuato questo rapporto con la scrittura attraverso le prove con gli attori. Sabella era la fonte di questa storia, non solo come testimone diretto ma soprattutto per aver curato e diretto molti arresti di personaggi eccellenti; tutti i fatti vengono da processi con sentenze passate ingiudicato e decine di ergastoli.

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Elisabetta Bartucca

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