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Fantasticherie di un passeggiatore solitario: L’originalità di un esordio

Fantasticherie di un passeggiatore solitario: L’originalità di un esordio

Paolo Gaudio debutta al lungometraggio con Fantasticherie di un passeggiatore solitario, fantasy tutto italiano in sala da giovedì 19 novembre 26 novembre. Nonostante alcune incertezze, tipiche delle opere prime, il film è l’ennesima dimostrazione, dopo Il racconto dei racconti di Garrone, che pellicole di questo genere in Italia possono essere realizzate. E senza ricorrere ad un uso eccessivo del digitale.

 3stelle

Nel contesto cinematografico italiano, Fantasticherie di un passeggiatore solitario non fa che confermare quanto il genere fantasy, poco frequentato dai registi nostrani, sia qualcosa di possibile e realizzabile, anche senza ricorrere a costosissimi effetti digitali. Ce lo aveva già detto Matteo Garrone qualche mese fa con Il racconto dei racconti, e l’esordiente Paolo Gaudio, giovane regista di origini calabresi, si inserisce nel discorso presentando un’opera prima originale, tutto sommato ben scritta e, soprattutto, molto ben realizzata.

L’idea che sta alla base di questo film, come ha affermato lo stesso regista, sta nel fascino dei libri incompiuti. Dopo aver trovato uno di questi testi, Theo, protagonista del film, viene letteralmente catapultato in un mondo fatto di boschi misteriosi, di personaggi ambigui, di mostri e di fantasmi. Intrecciando tre storie che hanno come fil rouge il libro trovato dal ragazzo, Gaudio realizza un film che ruota tutto intorno ai temi del fallimento e del tempo, adottando scelte di regia che consentono alla pellicola di presentarsi in tutta la sua originalità. Già l’alternanza tra il live-action e l’animazione (realizzata attraverso la claymation e lo stop motion) permette al regista di rendere ancora più esplicito quel contesto di fiaba in cui si muovono i personaggi del film.

Fantasticherie di un passeggiatore solitario ci trascina in un’atmosfera in cui tutto, dalle inquadrature ai costumi, dai trucchi alla fotografia, segue la grammatica del sogno. Una storia semplice diventa, così, una grande metafora: un evento straordinario occorso nell’ordinario della vita di uno studente universitario, rimette tutto in gioco e consente di iniziare un viaggio alla ricerca di un luogo che non a caso è chiamato Vacuitas (richiamando, così, quell’idea di vago, di incompiuto da cui si è partiti). Quel luogo in cui tutto è tranquillo, in cui la sofferenza non ha più ragione di esistere, non sembra molto lontano per i protagonisti di questa storia, Theo (Lorenzo Monaco) e Renou (Luca Lionello): magari la chiave che apre la porta del Vacuitas sta proprio nella loro ricerca, nell’affrontare i fantasmi del loro passato e nelle ragioni che li spingono ad intraprendere questo viaggio. Gaudio mette in scena un’opera che stilisticamente non ha assolutamente nulla da invidiare ai film del genere fantasy prodotti fuori dal nostro Paese: effetti puliti, animazioni impeccabili consentono di capire il profondo amore che il regista ha nei confronti di un certo tipo di cinema (quei fantasy degli anni Ottanta e Novanta) dove gli effetti speciali erano frutto di un’abile mano artigiana. Se questa pellicola affascina e cattura l’immaginario del pubblico, non è merito del digitale, qui poco presente, ma delle professionalità che, con sapienti mani artigiane, hanno consentito a Gaudio di portare in sala questa storia.

Pretendere la perfezione in un film è un’idea poco costruttiva, e lo è ancora di più se il film in questione è un’opera prima. La pellicola firmata da Gaudio presenta, come giusto che sia, dei difetti, primo tra tutti le interpretazioni degli attori: eccessivamente artificiali, fin troppo costruite, non ci permettono di sentirci veramente vicini ai personaggi che si alternano sullo schermo. A volte i dialoghi peccano un po’ di ingenuità e il montaggio può creare difficoltà nel seguire la pellicola. Fortuna, però, che Gaudio sa bene cosa sta facendo: le scene che si susseguono, anche se a prima vista sembrano incongruenti tra loro, trovano all’improvviso un loro punto di unione e qualsiasi dubbio sorto in precedenza ha la sua soluzione. O almeno parte di essa.
Le incertezze di questo film, però, sono parte del suo fascino e della sua originalità. Quindi ben vengano opere prime così e l’augurio che si può fare a Paolo Gaudio è quello di trovare una sua precisa e meritatissima collocazione all’interno del panorama cinematografico italiano.

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Augusto D'Amante

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