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Il Piccolo Principe: stop motion e CGI per un capolavoro della letteratura

Il Piccolo Principe: stop motion e CGI per un capolavoro della letteratura

Film di chiusura della X Edizione della Festa del Cinema di Roma, Il Piccolo Principe arriverà nelle sale italiane dal 1 gennaio 2016. Il film è stato presentato oggi al pubblico della Festa e vede nel cast le voci di Toni Servillo, Micaela Ramazzotti, Alessandro Siani, Pif, Paola Cortellesi, Stefano Accorsi, Alessandro Gassman e Giuseppe Battiston.

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Adattare per il grande schermo un’opera immortale quale Il Piccolo Principe non è un’operazione semplice. Ci ha provato Mark Osborne, regista statunitense candidato due volte agli Oscar per il cortometraggio d’animazione More nel 1999 e per Kung Fu Panda nel 2009. Presentato fuori concorso alla scorsa edizione del Festival di Cannes, il film chiude questa decima edizione della Festa del Cinema di Roma, in scena dal 16 al 24 ottobre.
L’importanza di una storia che dal 1943, anno della pubblicazione del libro scritto da Antoine de Saint-Exupéry, ha conquistato generazioni e generazioni, tanto che è conosciuta in ogni angolo della Terra. Il film di Osborne non è il primo che si rifà all’opera di Saint-Exupéry: nel 1974 ne ha realizzato uno il regista Stanley Donen, mentre nel 1978 e nel 2011 due serie di cartoni animati, la prima realizzata dal giapponese Studio Knack, la seconda dalla francese Method Animation, avevano dato vita ai personaggi del racconto.

In sala dal 1 gennaio 2016, questa versione di Il Piccolo Principe delude enormemente. Innanzitutto, se vi aspettate una trattazione pedissequa delle storie raccontate da Saint-Exupéry, sappiate che così non è. Il racconto del pilota francese, infatti, è lo spunto da cui parte la storia. Protagonista è una bambina che si vede programmare tutta la vita dalla madre. Metodica, studiosa, fin troppo seria per la sua età, la giovane fa la conoscenza del suo anziano vicino di casa, un aviatore fuori dalle righe (che ha la voce di Toni Servillo). L’uomo le racconterà una storia, quella di quando, nel deserto del Sahara, ha incontrato un bambino che gli ha chiesto di disegnargli una pecora. Si configura, per la bambina, la possibilità di aprire gli occhi e di vivere finalmente la sua infanzia. Tra le storie che le racconta l’aviatore e la ricerca disperata di questo bambino, che si fa chiamare Piccolo Principe, la giovane capisce il senso dell’amicizia e dell’importanza delle piccole cose.

Osborne sceglie, quindi, di contestualizzare la storia: l’idea di trattare il tema dell’omologazione è sicuramente interessante, considerato il target verso cui questo film si rivolge (bambini, piuttosto che adulti, come fa il libro), ma il modo con cui viene trattato lascia abbastanza insoddisfatti. Ricorrendo a immagini trite e ritrite (il quartiere in cui madre e figlia si trasferiscono dove le strade sono tutte uguali, gli alberi sono potati a formare un cubo, le case hanno tutte la stessa forma; oppure l’asteroide governato dall’Uomo di Affari dove le persone vestono di grigio, passano il loro tempo nel traffico o dietro ad un computer e i bambini non esistono), Osborne realizza una sorta di sequel del racconto di Saint-Exupéry, mostrandoci un Piccolo Principe cresciuto che ha dimenticato tutto quello che gli era successo e che l’Aviatore ha raccontato (dando rilievo al tema del non dimenticare la nostra infanzia e chi siamo stati). Il film segue due linee narrative, almeno fino alla sua metà. Nella prima parte, infatti, la storia si concentra sul rapporto tra bambina e aviatore e sul racconto dell’incontro di questi con il Piccolo Principe (frettoloso, ma realizzato magnificamente in stop motion). La seconda, dove lo stop motion lascia definitivamente il posto alla CGI, con la quale si alternava nella prima parte, si concentra sul viaggio che la bambina compie per ritrovare il Principe. Il film fatica nella partenza, conosce momenti più interessanti nel racconto delle avventure del Piccolo Principe, ma poi perde la sua attrattiva.

In casi come questo, confrontare libro e film non è giusto. Ma sentire alcune delle frasi più poetiche che siano mai state scritte (prima fra tutte “L’essenziale è invisibile agli occhi“) pronunciate in maniera rapida, fredda, senza trasporto, fa venire voglia di tornare a casa, prendere la propria copia di Il Piccolo Principe e leggerselo ad alta voce (o leggerlo ai propri figli, nipoti, fratelli o sorelle). Per continuare a dare una forma tutta nostra ad un mondo veramente poetico e immortale.

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Augusto D'Amante

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