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Registro di classe – Libro primo: la scuola nel ‘900

Registro di classe – Libro primo: la scuola nel ‘900

Definito dagli stessi registi come “film d’archivio”, alla Festa del Cinema di Roma è il giorno del secondo film italiano presentato all’interno della Selezione Ufficiale, Registro di classe – Libro Primo. Tra fotografie d’epoca e video recuperati in archivi accessibili solo a pochi, Gianni Amelio e Cecilia Pagliarani raccontano un viaggio che vuole ripercorrere la storia dei cambiamenti che hanno caratterizzato la scuola italiana nel corso del Novecento.
Il progetto nasce da un’altra intenzione: affascinato dalla figura della zia, insegnante delle scuole serali nella Sila calabrese negli anni ’50-’60, Amelio voleva realizzare un film che si basasse su questa figura. Non avendo potuto realizzarlo, il regista ha deciso di raccontare la scuola in maniera diversa, così, con l’aiuto della sua montatrice, Cecilia Pagliarani, ha iniziato una ricerca lunga e attenta tra archivi del Ministero della Pubblica Istruzione, Istituto Luce e Teche Rai.

In questa prima parte ci viene mostrata la scuola italiana nel periodo che va dal regime fascista agli anni Sessanta. “Non volevamo essere didascalici, nemmeno appesantire il discorso con un sermone sull’argomento che non avrebbe avuto nessun tipo di seguito“, afferma Amelio, per questo la decisione di lasciare volontariamente fuori l’aspetto politico si è dimostrata necessaria: “Volevamo raccontare la scuola partendo dai sentimenti, da tutte quelle figure centrali di questo settore: i bambini, gli insegnanti e i genitori“.
Si parte con la patinatissima scuola del regime. Amelio e Pagliarani ripropongono un video realizzato dalla propaganda fascista che nella sua versione originale presentava i sottotitoli in altre lingue e che racconta una scuola dove ordine e disciplina sono alla base, dove i “deficienti minorati” sono assegnati a classi particolari nelle quali si tende a valorizzare la loro propensione ad effettuare lavori manuali. Fino alle agghiaccianti scene finali del brano, in cui si mostra come nelle scuole italiane dell’epoca si insegnasse ad esaltare la guerra, piuttosto che a mostrarne il lato negativo e crudele, e ad usare le strumentazioni appropriate: i bambini leggono, giocano, scrivono indossando una maschera antigas, simbolo dell’appiattimento di un popolo su un’unica dimensione imposta dall’alto.

La scuola del secondo dopoguerra è la scuola che si ricostruisce, soprattutto in senso fisico, e che diventa strumento imprescindibile di democrazia. Ma le difficoltà ci sono e vedono soprattutto nell’analfabetismo e nel dialetto i nemici da combattere. Ecco che arrivano le scuole popolari, con le sue lezioni serali per adulti – e non solo – che vogliono trovare il loro posto nella società, che vogliono partecipare per conquistare la loro libertà (il sottofondo musicale con La Libertà di Giorgio Gaber ne è una sottolineatura importante). Nei loro occhi – che sono quelli dei nostri bisnonni, nonni o genitori – si può vedere quel barlume di speranza che ha permesso ad un Paese di risollevarsi quando tutto gli era ostile.

Il registro di classe diventa, grazie al film dei due registi, il fil-rouge sul quale si costruisce questo racconto. Recuperati nelle biblioteche del MIUR, “sono accessibili solo ai ricercatori, ma spero davvero che riescano a suscitare curiosità – ha affermato Cecilia Pagliaraniperché tanti dei meriti e dei difetti della scuola di oggi provengono proprio da quei documenti“.
La seconda parte di questa storia – ha dichiarato Amelioè in fase di lavorazione e arriverà a fine novembre. Se Registro di Classe – Libro Primo si conclude con immagini di speranza, nel secondo saranno presentati racconti più drammatici. Oggi la scuola rispetto a quella degli anni raccontati in questo film, soprattutto nella sua forma. Ma nella sostanza, i problemi restano gli stessi, perché se prima occorreva insegnare, ad esempio, l’italiano ad un bambino che parlava solo ed esclusivamente dialetto, oggi lo stesso discorso si fa con i figli degli immigrati, che devono imparare la nostra lingua“.

In quasi un’ora, Amelio e Pagliarani portano sullo schermo una scuola che non esiste più, raccontata in una maniera tale che riesce ad affascinare e conquistare. Il discorso, sicuramente, non si dimostra del tutto esaustivo e proprio per questo motivo si concorda con i registi nel definirlo più un film d’archivio che un vero e proprio documentario. Di sicuro, però, la pellicola ha il merito di puntare i riflettori su un argomento tanto importante quale quello della scuola, di conoscerne i problemi di un tempo per poter affrontare quelli attuali.

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Augusto D'Amante

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