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Truth: Splendori e miserie del giornalismo d’inchiesta

Truth: Splendori e miserie del giornalismo d’inchiesta

James Vanderbilt, sceneggiatore di Amazing Spider-Man, porta sullo schermo la storia vera di Mary Mapes, producer di 60 Minutes, che cercò di inchiodare Bush e che finì per perdere il lavoro.

3stelle

Il giornalismo, la ricerca della verità, la fine di una carriera che segna forse il cambiamento di un’epoca. La decima edizione della Festa del Cinema di Roma si apre con Cate Blanchett, Robert Redford e con Truth, film che come il contemporaneo Spotlight, presentato al Festival di Venezia, riporta al centro della scena la figura del giornalista, un tempo celebrata oggi perlopiù vituperata dall’industria dell’entertainment e dalla società civile in genere. Dietro la macchina da presa siede James Vanderbilt, sceneggiatore di The Amazing Spider-Man, Zodiac e Sotto Assedio, alla sua prima volta da regista.
Anche qui come in Spotlight si porta sullo schermo una storia vera, quella di Mary Mapes, producer di 60 Minutes della Cbs, colei che aveva svelato al pubblico americano gli orrori di Abu Grahib e che nello stesso anno andò a sbattere su una storia più meschina ma che, vuoi per la posta in gioco, la Casa Bianca, vuoi perché comportava un attacco diretto al potere, finì per costarle la carriera e la reputazione. Alla vigilia delle elezioni americane del 2004 la Mapes e il conduttore di 60 Minutes Dan Rather, che nel film ha il volto di Robert Redford, accusarono l’allora presidente in carica George W. Bush di aver evitato la guerra in Vietnam grazie all’influenza politica del padre e all’aiuto di alcuni ufficiali compiacenti della Guardia Nazionale del Texas.
Il film, racconta il regista-sceneggiatore, “non vuole dare una risposta sul caso Bush. Vuole raccontare una storia attraverso gli occhi dei suoi protagonisti e vuole sollevare delle domande, vuole difendere il diritto di fare delle domande. Starà a voi poi decidere in cosa credere”. E in effetti Truth si divide idealmente in due parti: la prima richiama la grande tradizione del giornalismo cinematografico, a cominciare da Tutti gli uomini del presidente che, ricorda il produttore Andrew Spaulding, “non era un film su Richard Nixon ma su degli uomini che cercavano la verità”, la seconda racconta le conseguenze della rivelazione, l’attacco mediatico prima di una serie di blogger pro Bush, poi del canale stesso che costrinse Dan Rather a scusarsi in diretta per aver diffuso informazioni non verificabili e che poi scaricò l’intero team di producer.
Se la prima parte è realizzata con diligenza senza lasciare un segno particolare in un solco comunque già tracciato, è forse nella seconda che il film sfrutta appieno il suo potenziale. Perché il tentativo disperato di difendere una notizia che venne attaccata nella forma più che nella sostanza diventa metafora di un nuovo modo di fare informazione, su cui aleggia l’ombra della connivenza politica e che trova un’eco spietata nei corridoi della rete. “Un’epoca dove non sono solo tre i volti che ogni sera ci danno le notizie, ma sono mille – ha sottolineato il regista – Dove il ciclo stesso delle notizie non è più di 24 ore ma di 24 secondi”.
Il Vanderbilt sceneggiatore non evita sempre la trappola dello spiegone ma il regista calibra alla perfezione il lavoro di direzione degli attori pur avendo avuto l’innegabile vantaggio di avere in scuderia due cavalli di razza. “Cate Blanchett aveva appena vinto il suo secondo Oscar per Blue Jasmine ma dopo aver letto la sceneggiatura ha subito accettato di recitare nel film di un regista esordiente – ha raccontato Vanderbilt – ed ha fatto un lavoro incredibile. Ha parlato, si è confrontata con Mary Mapes, ha studiato il ruolo della producer televisiva, voleva che la sua recitazione sembrasse realistica e per dirla in parole povere ha lavorato come un mulo”.
Ma in Truth non c’è solo l’intensità di Cate Blanchett c’è un Robert Redford che nel dare vita alla versione cinematografica di Rather si conferma nostalgico paladino di una dignità americana che non si arrende a un presente gretto e volgare.
La pellicola in patria però non è stata accolta benissimo, complice forse l’avvicinarsi di nuove elezioni e il fatto che la famiglia Bush sia ancora in prima linea con Jeb, ex governatore della Florida e fratello minore di George Jr., tra i candidati alle primarie repubblicane. “Quando ho deciso di fare un film su questa storia sapevo che non avrei potuto fare felici tutti”, ha concluso Vanderbilt.

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Marcello Lembo

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