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Straight outta Compton: Sulle rime del rap

Straight outta Compton: Sulle rime del rap

Esce in Italia la storia degli Nwa, gruppo più esplosivo della scena rap americana. Tra successi, incomprensioni, politica e dramma. In sala dal 1 ottobre.

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Il biopic corre sulle rime del rap. Stavolta al centro dell’obiettivo sono gli Nwa, al secolo Niggers with attitude (traduzione letterale: i negri con un caratteraccio), gruppo musicale tra i più celebrati e controversi della storia della musica nera e non solo, famosi per aver raccontato il mondo violento dei ghetti e delle gang e per aver inciso quel “Fuck tha police” che tutt’ora è l’inno di tutte le sommosse che scuotono a intervalli regolari le strade di East Los Angeles. E proprio da lì arrivano i protagonisti di Straight outta Compton, i rapper Eazy-E, Dr Dre e Ice Cube. I primi due interpretati dalle rising star Jason Mitchell e Corey Dawkins; il terzo è invece il primogenito dello stesso Ice Cube, O’Shea Jackson jr.

Il film è diretto da F. Gary Gray, regista afro americano specializzato in thriller (Il Negoziatore) ma testimone diretto di quanto raccontato, grazie ad un passato di autore di videoclip al servizio, tra gli altri, dello stesso Ice Cube. Proprio Gray attraverso tre mini-prologhi ci spiega subito il setting, quello dei quartieri più difficili della metropoli californiana, dove spacciare o appartenere a una gang sembra l’unica alternativa possibile e di certo così pensa la polizia, che tra ronde e autoblindo non sembra voler fare troppa differenza tra malintenzionati e onesti cittadini.

Così quando il musicista Dre (Dawkins) incrocia la strada con il rimatore Cube e con l’ex gangsta Eazy-E (Mitchell) ne verrà fuori un mix esplosivo che ancora oggi non smette di far discutere come allora – era la metà degli anni 80 – non smise di vendere dischi e di attirare folle ai concerti. Ma Straight outta Compton non è solo la storia di un successo: è anche quella di una caduta. Per quanto filtrato dalla logica del biopic autorizzato, che per sua natura tende ad essere assolutorio, il film racconta con ritmo serrato le prime incrinature in quella che sembrava una macchina da soldi e da musica inarrestabile. Problemi di contratti, l’invadenza dei manager, l’ego dei protagonisti stessi: tutto confluì in una scissione che divenne guerra civile quando i tre artisti cominciarono a incidere dischi dove si insultavano a vicenda senza troppo pudore, il tutto mentre un’America scossa dalla vicenda di Rodney King ritrovava nelle loro parole la forza di sollevarsi contro chi veniva percepito come oppressore.

Ma se la vicenda è interessante e la sceneggiatura ha il coraggio di puntare il dito contro quelli che ritiene colpevoli, facendone nomi e cognomi, e se i protagonisti mettono in scena anche qualche passaggio poco edificante della loro vita, la parte finale non è scevra di un senso di appeasement e di buonismo che stona con il resto di un intreccio che, pur non raccontandoci niente di nuovo, aveva il giusto livello di crudezza.

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Marcello Lembo

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