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Venezia 72: De Palma, ‘Per sopravvivere in questo settore? Servono ironia e costanza’

Venezia 72: De Palma, ‘Per sopravvivere in questo settore? Servono ironia e costanza’

Persistenza, talento, ironia e anche un pizzico di fortuna. Ecco cosa ci vuole per sopravvivere nel mondo del cinema e realizzare i propri sogni. La ricetta arriva da Brian De Palma, protagonista di una giornata di festival ormai alle sue ultime battute: è a lui che quest’anno la Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia consegnerà il premio Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker, dedicato a una personalità che abbia segnato in modo particolarmente originale il cinema contemporaneo.
Al Lido il regista di Scarface torna tre anni dopo Passion e questa volta è anche il protagonista di un documentario, ‘De Palma’, che ne ripercorre l’intera carriera: una lunga chiacchierata con i registi e amici da oltre dieci anni, Noah Baumbach e Jake Paltrow, che firmano la regia.
Quaranta ore di girato e tre anni di conversazioni, oltre ad altri cinque per poi completare tutto il film. “Noah e Jake me lo hanno detto in modo molto disinvolto, quindi sono andato nel soggiorno di Jake dove avrebbero fatto le riprese, hanno cominciato a farmi delle domande e io non ho fatto altro che rispondere, così siamo andati avanti per tre anni: per le prime settimane di riprese ho dovuto portare sempre la stessa camicia! Sono stati geniali nell’illustrare la conversazione attraverso immagini e spezzoni di film”. Così De Palma racconta l’inizio di un progetto che rivela aneddoti, curiosità, rimpianti e soprattutto il lato più ironico di un regista diventato leggenda, pioniere di un linguaggio che lasciò il segno nella New Hollywood e che molto deve ad Alfred Hitchcock, il mentore che lo stesso De Palma ama citare in più di un’occasione.
Quello che più gli manca di quegli anni? La condivisione delle idee: “Ho iniziato a fare il regista con un gruppo di giovani registi, Steven Spielberg, Martin Scorsese, Gorge Lucas; lavoravamo insieme, leggevamo uno le sceneggiature dell’altro, c’era un continuo scambio di idee. Poi ognuno ha preso la sua strada e oggi mi manca un po’ questo cameratismo da cineasti; ma sono fortunato ad avere incontrato Noah e Jake: viviamo a New York, usciamo spesso insieme per parlare di diverse cose del nostro mondo e in un certo senso abbiamo dato vita ad un nuovo gruppo. È così che è nato questo documentario”.
Un outsider convinto che “per lavorare nel mondo del cinema ci vuole umorismo, ironia e tanta costanza. Bisogna continuare ad andare avanti nonostante quello che vi diranno; per sopravvivere in questo settore sono necessari persistenza, talento e anche un po’ di fortuna”.
Quella caparbietà che lo ha portato negli ultimi anni a stare lontano dagli Studios e dal trend, comune ormai a molti suoi colleghi, di migrare dal cinema alle serie tv, anche se una volta ci era andato molto vicino: “Avrei dovuto fare un film tv su Joe Paterno con la Hbo: fu un’esperienza pessima! Volevo avere Al Pacino, ma hanno provato a influenzare tutto, mi hanno inviato così tante note al punto da farmi andare via. Trovo questa televisione molto intrusiva!”

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Elisabetta Bartucca

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