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Venezia 72: Gitai, Israele? E’ un Paese schizofrenico come l’Italia

Venezia 72: Gitai, Israele? E’ un Paese schizofrenico come l’Italia

In concorso al festival il film del regista Israeliano che ricostruisce l’assassinio di Rabin; applausi all’ anteprima per la stampa.

Inizia con un minuto di silenzio per ricordare tutte le vittime del conflitto israelo-palestinese la conferenza stampa di Rabin, the last day, il film di Amos Gitai in concorso alla 72° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia che ricostruisce l’assassinio del premier israeliano Yitzhak Rabin nel corso di un comizio a Tel Aviv, la sera del 4 novembre del 1995. Quei tre colpi di pistola che raggiunsero Rabin alle spalle per mano di un esponente dell’estrema destra religiosa, il 25enne Yigal Amir, avrebbero cambiato per sempre il corso della storia, bloccando un processo di pacificazione iniziato con i trattati di Oslo del 1993 e proseguito solo grazie alla caparbietà di Rabin. Impossibile non chiedersi come sarebbe andata altrimenti; è la domanda che ci si farà per tutta la durata del film, lucido, consapevole e geometrico nel ricomporre i fatti combinando le immagini di repertorio con quelle della fiction, in un continuo salto temporale tra presente e passato, perché come ribadisce lo stesso Gitai: “Dobbiamo ricordare e preservare la memoria. Bisogna guardare al passato per trovare la luce che ci guidi verso il futuro”.

Cosa ha significato l’assassinio di Rabin per Israele?
La commissione Shamgar, che si occupò delle indagini per far luce sulla morte di Rabin, scrisse una relazione molto lunga: centinaia di pagine, nell’ultima delle quali Shamgar ci mise il cuore sostenendo che quelle tre pallottole avevano cambiato per sempre il destino di Isralele.
Mi trovo molto d’accordo e credo che abbiamo il dovere di ricordare e riflettere su quel momento di speranza svanita. Guardare al passato per trovare la luce che ci guidi verso il futuro: è questo il senso del film.

La commissione indagò sulle eventuali falle del sistema di sicurezza. Voi che idea vi siete fatti?
Non so perché non abbiano funzionato. Quando Oliver Stone fece il film su Kennedy sposò l’idea del complotto; io invece non credo ci sia stato nessuna cospirazione sull’ uccisione di Rabin; era scritto su tutti i muri, fu il frutto dell’incitazione a destabilizzare un leader eletto democraticamente e che non sarebbero riusciti a eliminare in altro modo.

Come è riuscito a realizzare questa transizione tra il materiale di archivio e la sua opra di regista?
La sfida fu proprio come trattare questo materiale. Sono partito dal carisma e dall’aura che circondavano Rabin; era un uomo modesto, semplice, viveva in un appartamento di 90 mq. Questo era il centro della sua vita, non volevo incarnarlo in un personaggio da fiction: lui è il buco nero del film, e intorno a questo buco nero abbiamo lavorato. Dal punto di vista narrativo la sfida più complessa era andare su e giù, tra presente e passato. Il film si conclude ad esempio sul presente più recente, con una carrellata di manifesti di Netanyahu, proprio per rafforzare l’idea di una connessione continua tra passato e presente.

L’origine della violenza è anche all’interno di certi precetti religiosi?
Israele è un progetto politico e non religioso: bisogna trovare il modo per accomodare la realtà. Raccomanderei ai politici israeliani di attenersi a un progetto politico e non religioso, ascoltando gli altri e non ignorandoli.

Quale futuro intravede per Israele?
Rabin aveva avuto ragione a decidere di affrontare il conflitto con i Palestinesi: Israeliani e Palestinesi devono trovare un modus vivendi. Per arrivare alla pace bisogna agire come si fa nei rapporti più intimi, era questo il senso delle parole di Rabin quando parlava di Gaza, come si vede in un filmato che girai io stesso e che ho voluto inserire nella parte finale del film. La cultura, l’ arte e il cinema devono parlare a voce alta e svolgere il proprio ruolo, anche se a volte le pistole hanno ottenuto risultati migliori.

Dove si trova oggi l’assassino di Rabin?
Per qualche strano motivo la gente fu molto generosa con Yigal Amir, lo trattarano con tenerezza; per alcuni diventò un mito, ebbe un forte seguito, gli è stato permesso anche di avere un figlio mentre era in prigione e tra qualche anno uscirà. Non volevo renderlo un mito: per me era solo il mezzo della campagna per destabilizzare Rabin e per questo ho deliberatamente scelto di non concentrarmi su di lui.

Quanta opposizione reale esiste oggi in Israele?
Israele, come l’Italia, è un Paese schizofrenico: da un lato kitsch, volgare e corrotto come il vostro ex premier, ma dall’altro colto e intelligente. Non è un caso che Berlusconi e Netanyahu fossero amici: avete ispirato il mondo ma non sempre in modo positivo.

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Elisabetta Bartucca

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