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Venezia 72 – L’attesa, Piero Messina: “Volevo Juliette Binoche sin dall’inizio”

Venezia 72 – L’attesa, Piero Messina: “Volevo Juliette Binoche sin dall’inizio”

Si è laureato con una tesi su Sokurov, suona in una band da quando era bambino, la sua seconda passione dopo il cinema è la musica: “quando giro mi capita spesso di pensare alla musica che ci sarà”, racconta presentando L’attesa alla 72° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, primo degli italiani in concorso.
Piero Messina, classe 1982, siciliano di Caltagirone, al Lido arriva da esordiente ma è già tra i favoriti nella corsa al Leone d’Oro portandosi dietro un nome che leggero non è e che sarà evidente per tutta la durata del film: quello di Paolo Sorrentino, di cui fu assistente alla regia in This Must be the Place e La grande bellezza. Fu proprio su questo set che Messina presentò il copione de L’attesa a Nicola Giuliano della Indigo Film; poi piacque a Medusa ed oggi quella storia nata da un ricordo di infanzia è diventato un film liberamente tratto da ‘La vita che ti diedi’ di Luigi Pirandello.
Anna (Juliette Binoche) ha appena perso suo figlio, Giuseppe, quando incontra per la prima volta Jeanne (Lou De Laage): arriva da molto lontano, è giovane e dice di essere la ragazza di Giuseppe. Anna non ha mai saputo nulla di Jeanne, ora sa solo che suo figlio l’aveva invitata a trascorrere qualche giorno di vacanza a casa loro. Incapace di accettare una realtà insopportabile e impronunciabile, Anna fingerà che non sia mai successo nulla, lasciando Jeanne nell’attesa che Giuseppe rientri a casa il giorno di Pasqua.
L’elegia di un’assenza con tutto il dolore e l’intima sofferenza che ne deriva, un lutto da esorcizzare nel corso di una muta sospensione del tempo.

Come nasce il film e da dove parte?
Nasce da una serie di suggestioni nate scrivendo e che nel tempo abbiamo cercato di mettere insieme in unico racconto. Il film nasce da una storia che mi raccontò un mio amico anni fa, di un padre che aveva perso un figlio e che aveva deciso di non parlare più di quanto fosse successo, al punto tale da coinvolgere anche tutte le altre persone che gli stavano accanto. Per molto tempo in quella casa nessuno più parlò della morte di quel ragazzo. Questo racconto mi ha subito colpito e spesso sono tornato a rifletterci; il film poi è nato nel momento in cui la storia mi ha rievocato un ricordo di quando ero bambino, e cioè di migliaia di volti trasfigurati dal pianto davanti ad un pezzo di legno. Da piccolo non ne capivo il senso, ma in realtà le due storie hanno qualcosa in comune: quello che c’è in una processione è quello che accade nel film, ovvero la decisione di condividere un’idea e di credere insieme in qualcosa. E quando tante persone condividono un’idea, allora quell’idea diventa reale e credibile.

E Pirandello?
È venuto successivamente. Il lavoro di scrittura è stato molto lungo, e abbiamo avuto la fortuna di scrivere la sceneggiatura quando ancora non avevamo un metodo, una deadline o delle ambizioni particolari. Ci sono state decine di stesure tutte diverse tra di loro: all’inizio doveva essere un film su una famiglia, poi era diventato un film in costume. Pirandello è arrivato alla fine, quando un amico mi chiese di leggere alcuni versi sia de L’attesa che de La vita che ti diedi perché, mi disse, raccontava proprio quello che stavamo scrivendo. Di queste storie abbiamo usato poi quegli elementi che ci hanno permesso di chiudere l’ultima stesura prima di farla leggere agli altri.

Come ha scelto Lou e Juliette?
Sin dall’inizio, nel mio ideale, Juliette era perfetta per interpretare questo ruolo e, quando mi chiesero chi avrei voluto, feci il suo nome. Lou è stata l’ultima invece a essere provinata, frutto di un lungo lavoro di ricerca: siamo stati a Parigi sei mesi, abbiamo fatto tantissimi provini e non riuscivo a trovare l’attrice perfetta per questa parte. Lou arrivò in ritardo, ero stanco perché avevamo visto molte altre attrici e quando la vidi mi dissi: “Vabbè, non è lei!”. Poi fece una lettura, il provino durò tre ore, accesi la telecamera e iniziai a girare. Era lei, l’avevo trovata.

La sceneggiatura si basa su un’attesa molto lunga. In un periodo in cui ci sono mezzi di comunicazione che ti permettono di stare sempre connesso risulta difficile immaginare che la ragazza non potesse capire in breve tempo che qualcosa non andava. Come ha risolto questo problema?
Uno dei motivi per cui una delle stesure era in costume è proprio questo, il fatto che una storia del genere potesse risultare inverosimile ai giorni nostri quando tutti abbiamo a portata di mano cellulari ed internet. Ma non volevo fare un film in costume, mi sembrava un peccato sprecare quest’occasione così. Tutto si è risolto però pensando ad una frase che spesso mi è stata detta: quando hai problema mettilo in scena. Ed è quello che ho fatto: abbiamo pensato a cosa della società reale poteva essere inserito in maniera fertile nel film dal punto di vista narrativo; così invece di evitarlo lo abbiamo affrontato e abbiamo tirato fuori l’idea della segreteria telefonica. Probabilmente il film vive proprio grazie a quell’idea.

L’ammirazione per la Binoche viene da lontano…
Ho imparato molto da lei. Una volta mi disse sul set qualcosa che all’inizio poteva sembrare snob: “Io non recito, io sono”. Invece no, riusciva davvero a calarsi in quel dolore e a viverlo. Lei è stato per me uno scandaglio che si immergeva in questo sentimento, tirava sempre fuori qualcosa di diverso, io così dovevo solo osservare e decidere di volta in volta cosa tenere e cosa no. Lei si sporcava le mani e mi dava la possibilità di vivere quel dolore trovando cose nuove, nonostante quello che avevamo già scritto.

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Elisabetta Bartucca

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