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Venezia 72: Il mondo ‘distorto’ di Bangland

Venezia 72: Il mondo ‘distorto’ di Bangland

L’elezione di un presidente americano con la faccia di Steven Spielberg, un boss siciliano con la sindrome di Tourette, un tele predicatore che ricorda Bill Murray, l’ autore di uno show televisivo, Sympathy for the Devlins’, che mette alla berlina la Chiesa Cattolica, e ancora bizzarri conigli eroinomani, reduci di guerra, strozzini e pedofili: ecco Bangland, disturbante e surreale riflesso di un’America distopica, la nerissima metropoli che dà il titolo al film d’esordio del giovanissimo Lorenzo Berghella. Un’animazione per adulti, il primo di questo genere in Italia, presentata nella sezione parallela delle Giornate degli Autori di Venezia e che arriverà in sala grazie alla Pablo Cinematografica; Lorenzo lo ha disegnato fotogramma per fotogramma, scritto e diretto partendo da un suo fumetto. Ha venticinque anni appena e una passione per il disegno, il cinema e la letteratura che trovano in Bangland il loro naturale compimento: “Il nome è assolutamente inventato, mi piaceva il suono di questa parola”, ci racconta con la modestia e la timidezza che lo contraddistinguono sin dal primo momento di questa intervista.
Dentro Bangland ci finisce di tutto, come in un grande buco nero, e l’abilità di questo giovane promettente talento tutto italiano sta nel sapercela mostrare combinando i toni pungenti della satira con quelli più scuri e disturbanti della black comedy.

Perché scegliere l’animazione come veicolo di temi che nel nostro Paese vengono tradizionalmente affidati ad altri generi?
Non c’è un motivo preciso, si è trattato di una reazione quasi istintiva; ho semplicemente sentito l’urgenza di trasporre quei fatti in questo piccolo mondo che è Bangland, creato per il fumetto. Il film si è sviluppato in modo strano, un insieme di situazioni, siparietti e sketch che restituiscono poi un quadro più ampio.

Come è avvenuto il passaggio dal fumetto all’animazione?
Nasce da un mio fumetto che non fu mai pubblicato e che avevo presentato ai docenti della scuola di cinema che frequentavo a Pescara, che oggi sono anche produttori del film insieme a Gianluca Arcopinto. Mi consigliarono di trasporlo in animazione e così abbiamo cominciato a lavorarci su unendo le loro abilità cinematografiche con la mia passione per il disegno. Dopo quattro anni ne è venuto fuori un cortometraggio, poi ce ne sono voluti altri due per il film.

Ci sono tutte le contraddizioni dell’America contemporanea…
Ho cercato di osservare il tipo di mondo in cui ci troviamo oggi: dentro Bangland c’è un po’ tutto il mondo.

Ritroviamo disseminate moltissime citazioni. I tuoi ispiratori?
L’animatore che mi ha ispirato di più è Ralph Bakshi, che ha trasposto al cinema Fritz il gatto, il primo film d’animazione per adulti. Mi ha fatto capire che si poteva fare. Ma molte suggestioni mi sono arrivate anche dalla letteratura e dal cinema: sicuramente ‘1984’ di Orwell e ‘Watchman’ di Alan Moore, che per me sono stati una Bibbia.

Per atmosfere e contrasti il film ricorda molto Valzer con Bashir di Ari Folman. È casuale?
È uno di quei film che ho amato talmente tanto da essermelo portato inconsciamente dietro, è rimasto con me; quasi senza volerlo in Bangland sono finiti anche film non necessariamente di animazione: su tutti, e in maniera più consapevole di Valzer con Bashir, Natural Born Killers mi ha fatto capire come si potessero combinare insieme i linguaggi del videoclip, del cartone e del cinema del reale.

Il tratto del disegno distorce i volti e crea un’atmosfera disturbante. Come nasce?
È l’unica modo in cui so disegnare, non c’è nulla di studiato perché non ho mai frequentato una scuola di animazione, mi viene naturale. Sono sempre stato affascinato da storie oniriche e surreali, una passione che poi molto probabilmente si è riversata sul tratto del disegno.

Fai riferimento a delle figure politiche ben identificabili, ma per rappresentarli usi volti di attori e registi noti. Per esempio Steven Spielberg per Bush…
Mi piaceva la contrapposizione tra le loro facce rassicuranti che associamo in genere a qualcosa di buono – Bill Murray è un comico, Spielberg è un attivista politico – e le loro azioni, che invece sono esattamente l’opposto. Si mostrano in un modo ma poi fanno tutto il contrario, come si può riscontrare in molte figure politiche del passato e del presente.

Usi anche tanta ironia.
Ho sfruttato molto la black comedy, mi piaceva far partire il film come una commedia; ad esempio l’elezione di Spielberg presidente è più grottesca e demenziale all’inizio, poi i toni diventano sempre più cupi fino al drammatico finale.

La bandiera americana con la stella di David: che tipo di scelta c’è dietro?
Ogni scelta ha una ragione ben precisa, nulla è stato lasciato al caso, ma preferisco lasciare libero lo spettatore di unire tutti i puntini e ricomporre il puzzle secondo le proprie intuizioni e idee.

Uno dei personaggi parla a un certo punto dell’esperimento ‘Berserk’: è solo un riferimento al manga omonimo?
‘Berserk’ è uno dei miei tanti fumetti preferiti; in questo caso volevo citare sia il manga che la figura mitologica del guerriero indistruttibile, rappresentato nel film da un sicario che non si ferma davanti a nulla.

Nella scena in cui alludi al crollo delle Torri Gemelle si vede un aereo schiantarsi sulla statua della Libertà.
La statua è il simbolo dell’America più ipocrita, dove fino a un centinaio di anni fa esisteva ancora la schiavitù: quella scena rappresenta la distruzione dei nuovi simboli di questa America.

Continuerai con animazione?
Ho già un soggetto su cui sto lavorando, un noir onirico con un unico protagonista focalizzato sui suoi conflitti interiori, sempre con lo stesso stile d’animazione.

About the author
Elisabetta Bartucca

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